mercoledì 5 giugno 2013




L’anàstasis  di NEVIO SPADONI è resurrezione

Articolo di Alessandro Fogli, pubblicato il 5 giugno 

 sul quotidiano

 IL  CORRIERE DI ROMAGNA 
(PAGINA CULTURALE)

 Si cimenta nella ripresa di una forma antica – medievale – il poeta Nevio Spadoni per la sua nuova opera “Anàstasis” (L’Arcolaio, 2013), una laude drammatica in tre quarti in cui ascoltiamo il lamento della Vergine ai piedi della croce, il grido di dolore dell’Africa e la ripresa del libro di Isaia con il ritorno degli ebrei dall’esilio di Babilonia.
E proprio la forma metrica della laude   versi brevissimi, spesso consistenti in un’unica parola, dunque immediati, perentori, spietati   rende Anàstasis  profondamente efficace nel dare ai temi chiamati in causa una nuova maturità, e per certi aspetti anche una più chiara e quasi programmatica esplicitazione della poetica di Spadoni, senza compiacimenti o debolezze. Il silenzio e il grido, il dolore e la grazia. O ancora il male del mondo e la sua bellezza, la ferita e la quiete, il corpo e la parola. Sono questi gli opposti tra cui il poeta romagnolo scarica le tensioni del suo nuovo lavoro. 
Anàstasis è parola greca che significa alzarsi ma che per estensione si associa alla risurrezione, concetto che, nella sua esegesi più attenta, avvolge qui la poetica di Spadoni. “Va sottolineato – illustra magistralmente nella postfazione del libro Eberhard Bons, professore di Antico Testamento all’università di Strasburgo – che la Bibbia ha introdotto nella lingua greca un altro uso [di anàstasis] più specifico di carattere antropologico e teologico […] si potrebbe assimilare il significato al concetto che riguarda il risveglio post mortem […] Questa anàstasis però   ed è qui che si osserva l’estensione del significato –  non dà inizio […] a una reincarnazione seguita da un’altra morte. […] Piuttosto questa anàstasis indica una risurrezione – ecco il termine forgiato già nell’antichità. Con ciò si intende l’inizio e l’apertura di una vita nuova, fondamentalmente diversa da quella che conosciamo”.
Il primo dei tre quadri, si accennava, ci mette senza indugi di fronte a Maria che soffre ai piedi della Croce. Un dolore che diventa ricordo serrato e sincopato (nel dialogo del Messaggero o del Cireneo), e poi sfogo incredulo in un’onomatopeica sequela di participi («Figlio amoroso / rinnegato / tradito / abbandonato / venduto / schiaffeggiato / flagellato. / Figlio / radice di Jesse, / i tuoi seguaci / i tuoi  amici / hanno mangiato con te, / dove sono?»). Il secondo quadro  – “Golgota del mondo, violenza senza fine” – si apre su di un’altra figura femminile dolorante, una giovane somala del nostro tempo che, come spiega nella prefazione Giorgio Bárberi Squarotti, ordinario di letteratura italiana dell’università di Torino, “è l’esempio più evidente e penoso delle donne d’Africa vittime dell’oppressione e della sofferenza imposta da tradizioni che sono in funzione della loro perpetua e disperata schiavitù.”
In questa seconda parte Spadoni attualizza dunque vertiginosamente la sofferenza umana, prendendo a simbolo la barbara e agghiacciante pratica dell’infibulazione (la cui evocazione poetica è qui più potente e struggente di mille articoli di denuncia ) e creando un contrasto continuo tra la bellezza del continente africano e il suo millenario sfruttamento. Infine, si arriva al terzo quadro, la vera e propria Anàstasis, la risurrezione da ogni male e offesa, la voce della certezza e della speranza. Abbandonato in questo frangente il “suo” dialetto romagnolo, Nevio Spadoni dimostra ancora una volta un talento poetico raro e una scrittura felicissima che lo riconfermano tra i grandi autori della contemporaneità. (L’immagine di copertina è di Federico Zanzi).

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