La curva del giorno
Recensione di Gianluca Garrapa
ARTICOLO SCRITTO SUL BLOG - RIVISTA SATISFICTION
La
curva del giorno è il secondo libro de Le qualità. Anche qui, il protagonista
assoluto è il corpo. Ripartito in un Prologo ‘Attraversare il bosco’, la
Parte prima ‘La luce dell’immanenza’, la Parte seconda ‘L’alacrità
del vuoto’ e con un Post scriptum,sembra che in queste tappe si
racchiuda la storia di ogni corpo, innanzitutto di quello del poeta. Il corpo
ha le sue storie e le sue parole che nessuna storia e nessuna parola potrebbe
racchiudere.
Il
corpo è anche il mondo in cui vive, la casa che abita e i luoghi che lo
attraversano, e non c’è niente di più difficile che esprimere l’ovvio in forma
acuta, Cepollaro ci riesce, ovviamente: dormire al riparo dalla pioggia
cucinando i cibi assaporando carni di altri animali e foglie e frutti. Il
corpo è anche la sua assenza, il suo silenzio, quel che permette di fare in
modo che ogni parola sia pleonasmo a fronte di ciò che già c’è e allora non
ci basta forse solo un gesto per indicare un oggetto senza nominarlo? E poi,
che senso ha parlare quando è tutto il corpo a dire? Eppure, in questo
desiderio di non eccedere, nella giusta misura dell’articolazione fisica, il
corpo è ciò che ha d’irrappresentabile per una parola. Allora la parola è
innanzitutto ascolto, accoglienza dell’altro. E vi garantisco che è più
semplice leggere-ascoltare il corpo che interpretarlo, è più salutare
vagabondare tra le sequenze della curva del giorno che leggere questo corpo 12.
Il corpo è davvero un microcosmo e fa del sonno una pausa intensamente viva
all’interno della vita mentre il pianeta ruota. Saggezza antica. Io sono il
corpo che il mondo abita.
Il
corpo è occhio che racconta e lingua che assaggia il resto è una notte che lo
circonda da ogni parte: non solo perché nella
parte scorgiamo l’infinito del tutto, ma perché l’occhio è proprio il corpo
come il respiro è il suo sguardo. E non stiamo leggendo il corpo dell’autore: è
il nostro corpo quello che Cepollaro indossa e ce lo fa vedere, non parla di
sé, non dice : io, ma parla anche di sé e del nostro sé non dicendo di sé ma
dando voce alle spalle alla schiena curva dell’intuizione, mettendo nelle
parentesi il proprio personale destino. Il mito. L’obiettivo universale.
Qualcuno scriveva che il tragitto, e la verità, si fa andando, e la scrittura è
questo: transito di cosa tra cose che divengono, il corpo è questo suo stesso
transito, il suo incedere, lo stesso suo andare è frutto di articolazione
tra ciò che non c’è più e ciò che non c’è ancora, è l’estasi.
Accade
ogni giorno, a tutte le ore: ciò che accade nella curva del giorno è ciò che
accade: smesso di piovere riprende il suono – che non è canto – dell’uccello di
marzo, perché già il canto ha questa connotazione cerebrale,
interpretativa, dello spostamento del suono. Un dopo che categorizza un prima:
il corpo è nel medium, spostamento, spostamento d’aria, suono. Per questo suono
è il respiro: il corpo non si pone problemi di metrica a lui pertiene il
respiro che dice ed è questo il ritmo che non solo esprime ma anche lo fa
felice, la metrica non predispone il corpo, ma al contrario è il piede che
porta e che segna il ritmo, il ritmo del respiro, la lettura, la danza. Prima
della parola era la danza. Poi il teatro, poi il teatro di parola. La parola. E
per questo lo scandalo e il trauma: è stato proprio questo scontro, questo
attraversamento all’origine che il linguaggio ha fatto nei confronti del corpo:
prima la magia poi la scienza poi la cinica misura dell’economia ma non è
l’immagine del tutto che gli resta ma solo un fatto che lo piega [...] ogni
esperienza vera è trauma che non passa e non si scioglie ogni cosa vera la
pelle tatua. Il corpo, per questo, non desidera, anche se desidera, e non
mai desidera il pressappoco della parola, quanto diventare esso stesso suono, immagine,
non metafora, un come se: il corpo [...] chiede solo modo di spandersi nel
suono e nell’immagine così come si spande in altro corpo mescolando sempre
all’ascolto il piacere di dimenticare sé in altro nome. E noi dimentichiamo
il nostro ingombrante io nelle sequenze ipnotiche e sincere di questo scritto.
Dimentichiamo il nostro per un attimo, è l’ebbrezza.
I
nomi? I nomi apparecchiati sulla tavola non sono iscrizioni ma pietanze,
e torna in mente il Deleuze della Logica del Senso, quando parla proprio di
questo mangiare la parola, mangiarsi le parole, fare fisica del dire più che
metafisica del parlare. C’è tanta luce in questo libro, tanta vita: che
sbatte violenta come un’ala impazzita contro il vetro. La luce
dell’immanenza, contrapposta al lavorio del vuoto. Luce. La luce fredda del
parco. Il corpo: tra le sue dita la luce è sabbia e dice mare. Quasi
che tra corpo e luce ci sia connubio: ma come tra due parole c’è lo spazio
necessario per ricominciare a finire, allo stesso modo il corpo dice soprattutto
la pace che il vuoto scava nella sosta tra andare e venire, è il pensiero
questo vuoto ostinato questo disgiungimento. E leggere la curva del giorno
ci fa conoscere quel vuoto come da tradizione Zen: davanti ad ogni passo
spesso ritorna il vuoto che permette con l’assenza di nomi il suo moto, fino
all’atteso terzo libro de Le qualità…

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