giovedì 15 ottobre 2015

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La curva del giorno

Recensione di Gianluca Garrapa

ARTICOLO SCRITTO SUL BLOG - RIVISTA SATISFICTION

La curva del giorno è il secondo libro de Le qualità. Anche qui, il protagonista assoluto è il corpo. Ripartito in un Prologo ‘Attraversare il bosco’, la Parte prima ‘La luce dell’immanenza’, la Parte seconda ‘L’alacrità del vuoto’ e con un Post scriptum,sembra che in queste tappe si racchiuda la storia di ogni corpo, innanzitutto di quello del poeta. Il corpo ha le sue storie e le sue parole che nessuna storia e nessuna parola potrebbe racchiudere.
Il corpo è anche il mondo in cui vive, la casa che abita e i luoghi che lo attraversano, e non c’è niente di più difficile che esprimere l’ovvio in forma acuta, Cepollaro ci riesce, ovviamente: dormire al riparo dalla pioggia cucinando i cibi assaporando carni di altri animali e foglie e frutti. Il corpo è anche la sua assenza, il suo silenzio, quel che permette di fare in modo che ogni parola sia pleonasmo a fronte di ciò che già c’è e allora non ci basta forse solo un gesto per indicare un oggetto senza nominarlo? E poi, che senso ha parlare quando è tutto il corpo a dire? Eppure, in questo desiderio di non eccedere, nella giusta misura dell’articolazione fisica, il corpo è ciò che ha d’irrappresentabile per una parola. Allora la parola è innanzitutto ascolto, accoglienza dell’altro. E vi garantisco che è più semplice leggere-ascoltare il corpo che interpretarlo, è più salutare vagabondare tra le sequenze della curva del giorno che leggere questo corpo 12. Il corpo è davvero un microcosmo e fa del sonno una pausa intensamente viva all’interno della vita mentre il pianeta ruota. Saggezza antica. Io sono il corpo che il mondo abita.
Il corpo è occhio che racconta e lingua che assaggia il resto è una notte che lo circonda da ogni parte: non solo perché nella parte scorgiamo l’infinito del tutto, ma perché l’occhio è proprio il corpo come il respiro è il suo sguardo. E non stiamo leggendo il corpo dell’autore: è il nostro corpo quello che Cepollaro indossa e ce lo fa vedere, non parla di sé, non dice : io, ma parla anche di sé e del nostro sé non dicendo di sé ma dando voce alle spalle alla schiena curva dell’intuizione, mettendo nelle parentesi il proprio personale destino. Il mito. L’obiettivo universale. Qualcuno scriveva che il tragitto, e la verità, si fa andando, e la scrittura è questo: transito di cosa tra cose che divengono, il corpo è questo suo stesso transito, il suo incedere, lo stesso suo andare è frutto di articolazione tra ciò che non c’è più e ciò che non c’è ancora, è l’estasi.
Accade ogni giorno, a tutte le ore: ciò che accade nella curva del giorno è ciò che accade: smesso di piovere riprende il suono – che non è canto – dell’uccello di marzo, perché già il canto ha questa connotazione cerebrale, interpretativa, dello spostamento del suono. Un dopo che categorizza un prima: il corpo è nel medium, spostamento, spostamento d’aria, suono. Per questo suono è il respiro: il corpo non si pone problemi di metrica a lui pertiene il respiro che dice ed è questo il ritmo che non solo esprime ma anche lo fa felice, la metrica non predispone il corpo, ma al contrario è il piede che porta e che segna il ritmo, il ritmo del respiro, la lettura, la danza. Prima della parola era la danza. Poi il teatro, poi il teatro di parola. La parola. E per questo lo scandalo e il trauma: è stato proprio questo scontro, questo attraversamento all’origine che il linguaggio ha fatto nei confronti del corpo: prima la magia poi la scienza poi la cinica misura dell’economia ma non è l’immagine del tutto che gli resta ma solo un fatto che lo piega [...] ogni esperienza vera è trauma che non passa e non si scioglie ogni cosa vera la pelle tatua. Il corpo, per questo, non desidera, anche se desidera, e non mai desidera il pressappoco della parola, quanto diventare esso stesso suono, immagine, non metafora, un come se: il corpo [...] chiede solo modo di spandersi nel suono e nell’immagine così come si spande in altro corpo mescolando sempre all’ascolto il piacere di dimenticare sé in altro nome. E noi dimentichiamo il nostro ingombrante io nelle sequenze ipnotiche e sincere di questo scritto. Dimentichiamo il nostro per un attimo, è l’ebbrezza.
I nomi? I nomi apparecchiati sulla tavola non sono iscrizioni ma pietanze, e torna in mente il Deleuze della Logica del Senso, quando parla proprio di questo mangiare la parola, mangiarsi le parole, fare fisica del dire più che metafisica del parlare. C’è tanta luce in questo libro, tanta vita: che sbatte violenta come un’ala impazzita contro il vetro. La luce dell’immanenza, contrapposta al lavorio del vuoto. Luce. La luce fredda del parco. Il corpo: tra le sue dita la luce è sabbia e dice mare. Quasi che tra corpo e luce ci sia connubio: ma come tra due parole c’è lo spazio necessario per ricominciare a finire, allo stesso modo il corpo dice soprattutto la pace che il vuoto scava nella sosta tra andare e venire, è il pensiero questo vuoto ostinato questo disgiungimento. E leggere la curva del giorno ci fa conoscere quel vuoto come da tradizione Zen: davanti ad ogni passo spesso ritorna il vuoto che permette con l’assenza di nomi il suo moto, fino all’atteso terzo libro de Le qualità…

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