lunedì 31 agosto 2015

DAVIDE TARTAGLIA RECENSISCE "RICONOSCENZE" L'ULTIMO LIBRO DI JONATA SABBIONI





prefazione di Adelelmo Ruggieri





Riconoscenze”, Jonata Sabbioni
(L’Arcolaio, 2015)
lettura di Davide Tartaglia

articolo apparso sul blog “Una casa sull’albero”

“Riconoscenze”, seconda opera in versi del giovane poeta fermano Jonata Sabbioni, affida al titolo una prima dichiarazione di poetica: la poesia, proprio come una lente di ingrandimento, non ha il compito di creare il reale ma piuttosto quello di “ri-conoscere”, di conoscere nuovamente e in maniera più autentica, o forse, più ancora, quello di rinvenire nel mondo delle tracce di sé. Questo reperimento implica un assunto iniziale: che esista nella “foschia acquatica” del mondo un anello di congiunzione con l’io, un’insospettata corrispondenza.
Infatti, della realtà, non si riconosce nulla se non qualcosa che abbiamo già conosciuto, se non qualcosa che abbiamo perduto o che, anche solo in minima parte, già ci appartiene ab origine.
E ancora: il verso nasce da una sovrabbondanza, da una sovrabbondanza indicibile che rivela l’inadeguatezza della parola, costretta inevitabilmente ad una tensione. Sovrabbondanza che è “croce” (per una sproporzione bruciante) e anche gratitudine, secondo significato del termine “riconoscenza”.
Nel dramma del riconoscimento s’instaura una relazione biunivoca tra soggetto ed oggetto; l’io lirico, infatti, si trova ad essere, alternativamente, colui che riconosce e colui che è riconosciuto.
Questo dramma che solca l’intera opera mette in campo due atteggiamenti apparentemente contrastanti: da una parte il continuo affacciarsi, il ripetuto “dis-equilibrio” che provoca uno sbandamento, e dall’altra una passività, nella ferma convinzione che il ricongiungimento è ultimamente “ri-conoscenza” di qualcosa che giunge aldilà della volontà e della possibilità del soggetto di crearlo.
Il corpo della seconda opera del poeta fermano è forse la scoperta che questo inevitabile disequilibro è la strada, la porta stretta per un riconoscimento autentico dell’io all’interno del reale.

-          Paesaggi umani
Ma anche lo stesso disequilibrio, nel libro di Sabbioni, è il risultato di qualcosa che precede, non è né una posa né una programmatica disposizione dell’animo, ma nasce innanzitutto come la risposta a un dato, è abbandono di fronte all’evidenza nuda del reale, “alla luce che svuota”.
Ma c’è come una corda che trattiene “di qua” e che impedisce il salto, una forma istintiva di conservazione dell’io, dunque l’abbandono, pur nella sua corrispondenza naturale, è un’esperienza tutta da conquistare. La scrittura di Sabbioni si inserisce nella tensione tra questi due poli, si distende verso l’orizzonte: brucia le distanze quasi a voler toccare “l’estremità della pianura”, poi a tratti si dipana, allarga la propria maglia per accogliere in un verso ampio tutto ciò che, non previsto, irrompe nella lunga gittata dello sguardo.
In entrambi i casi, la cifra stilistica del poeta fermano si situa nella sobrietà di un linguaggio che rifiuta esplicitamente qualsiasi preziosismo fine a se stesso, ma che, allo stesso tempo, mai scade in sciatteria; l’uso dell’aggettivo è centellinato, a mostrare che nulla c’è da aggiungere alla forza del dato che emerge dal reale e l’unico lavoro del poeta è di scavare per riconoscerlo e “salvarlo”.
La salvezza di Sabbioni non è un concetto astratto ma è un’esperienza sensibile, la parola del poeta fermano, infatti, si smarca da ogni stucchevole forza evocatrice e fonda la sua consistenza nella rivoluzione dello sguardo, nello sforzo di una messa a fuoco di tutto il reale, con lo scopo di liberare ciò che giace al fondo, nella stretta dell’anonimato (possiamo toccare altre vite / se posiamo su loro gli occhi).
Sabbioni sembra aver assorbito integralmente la trasversale lezione pasoliniana all’interno del filone antinovecentesco del secolo passato, sia dal punto di vista stilistico che speculativo, e la incarna nella singolarità di un tempo e di un luogo, nella dimensione personale di un uomo che vive con interezza la contemporaneità, che trattiene e porta in sé e con sé tutto il mondo.
Ecco allora che le immagini risentono inevitabilmente di una topica del paesaggio marchigiano ma senza mai ridursi a ripetizioni anacronistiche di stilemi obsoleti; per Sabbioni la provincia rimane baluardo di resistenza al potere e, contemporaneamente, punto di vedetta e di slancio per un giudizio originale sul mondo.
La riconoscenza è dunque l’avvenimento di un incontro tra il tentativo di “mappare il reale” e la realtà che si presenta come “dato”, realtà che imprevedibilmente si concede allo sguardo del poeta schiudendo il mistero della propria origine (mi sporgo dal baratro / del tuo volto […] sei tu la mia natura / la linea di sangue sulla pelle / la sete che divora la terra / l’origine vivente dei nomi).
Il dramma di Sabbioni si consuma in questo continuo sporgersi su un Mistero, inconoscibile nella sua interezza, solo approssimativamente abbozzato dal piccolo scoglio del reale, dalla terrazza degli occhi, eppure è già abbastanza per riconoscere la profonda corrispondenza di un mistero che si rivela intimamente impastato con l’origine più profonda dell’io.
Il rapporto con un “tu” scava sottotraccia tutte le pagine del libro e puntualmente riaffiora, a volte come un’oasi di pacificazione (all’origine dei tuoi capelli trovarsi, […] Tutto è pacificato. Tutto è riunito, adesso), in altri episodi come la chiave di accesso alla realtà totale, la quale è schiodata dalla sua incomunicabilità per rivelarsi nella sua autenticità.
E’ proprio in questa doppia natura del “tu”, immanente e trascendente, che si esprime la continua lotta di Sabbioni nell’apparente contraddizione di una “verità che non si conosce, non riluce / né si traluce”, una verità che si cela e rimane “voce inudibile” e che poi sembra, a tratti, rivelarsi nella carne.

-          Riconoscenze
E’ nella seconda sezione che questa invocazione inizia ad assumere dei contorni riconoscibili: figure della memoria o del presente, luoghi, incontri in cui vibra un “indizio di gloria” che “anticipa il mistero”. Nelle “riconoscenze” le presenze abituali emergono in una luce nuova, sotto la quale la quotidianità viene sottoposta ad un processo di risignificazione in cui i singoli frammenti sembrano legarsi ad un punto lontano (un peso immenso), irriducibile e, infine, ricomporsi. La novità in Sabbioni è sempre un approfondimento dell’inizio, è inabissamento nell’origine più che progressiva giustapposizione o allontanamento.
L’io lirico scopre la propria appartenenza ad un “altrove” come esito di un processo di radicamento nella terra e non nella fuga: più la parola tende a fondarsi, a ricavarsi un luogo hic et nunc e più emerge l’evidenza di una cittadinanza più profonda che è oltre il mondo. Solo al “centro di questa parola” tutto si può accogliere davvero, senza riserve, può risplendere la gloria degli sconfitti, dei senza patria.
Ma questo riconoscimento del mondo e dei suoi figli corre parallelamente al secondo significato della parola “riconoscenze”, che è quello di una gratitudine che implica la responsabilità di una restituzione totale di sé al mondo.
Il riconoscimento del mondo si pone dunque, contemporaneamente, come origine e conseguenza di questa gratitudine. E’ proprio nell’istante in cui si è riconosciuti che il poeta può riconoscere se stesso e l’altro, e, viceversa, è nel riconoscimento dell’altro che l’io ritrova il suo alveo originario (oltre l’inganno /  della permanenza sta solo / la gioia che viene dalle cose, / dal loro colore immobile). In questa dinamica è centrale la figura archetipica della madre come chiave di accesso al mondo, il punto in cui tutta la storia ha inizio e in cui tutto va nuovamente riconquistato.

-          Equilibrio
L’equilibrio dell’ultima sezione è dunque più un approdo intravisto che un porto definitivamente raggiunto e si situa nell’accettazione di un “ascolto che non sa conoscere” e deve continuamente tendersi, ricominciare. L’uso dell’articolo indeterminativo nel titolo “un equilibrio” rende subito chiaro come Sabbioni si riferisca ad uno dei tanti possibili stati di permanenza, una tappa non definitiva del viaggio, che richiede puntualmente una nuova partenza. Adelelmo Ruggieri, in prefazione, scrive di un movimento necessario per non cadere irrimediabilmente: “se restiamo fermi, in piedi, basta poco per cadere, e allora facciamo un passo, e poi un altro; quel passo è lo iato fra lo stare in equilibrio e il mantenersi in equilibrio”.
L’equilibrio di questa terza sezione non è solo l’esito di un esercizio o di uno sforzo, ma è l’accadere di un incontro, l’imprevisto accordo del passo del poeta con il naturale ritmo della vita e del respiro (mi sveglio e accade nella notte / che un altro respiro mi sfiori).
Se la prima sezione è percorsa dalla tensione conoscitiva dell’io e la seconda dallo stupore (e anche dalla violenza) del riconoscimento di un altro che giunge, in questa terza parte si compie l’accadimento ulteriore: l’accettazione libera dell’altro.
L’incontro, per il poeta fermano, non è l’azzeramento della differenza, l’annullamento liquido del tratto distintivo di ogni realtà, ma è piuttosto un luogo in cui il riconoscimento dell’altro, nella sua totale irriducibilità, diventa il punto in cui potersi ultimamente riconoscere.
Sabbioni, nella sua seconda raccolta, riprende il filo del discorso intrapreso nel primo libro, e si rendono evidenti gli esiti di una ricerca sul verso che corre parallela ad un approfondimento umano personale. Si nota un’attenzione maggiore al ritmo, che, rispetto alla spezzatura dell’opera di esordio, trova un respiro più ampio, sia attraverso la ripresa occasionale del metro tradizionale, sia attraverso l’uso sapiente dell’inarcatura che appare molto più consapevole.
L’implorazione commossa dei due versi finali (- Vuoi essere, tu, ora che la parola / è alla tua bocca? -), attraverso un irremovibile contegno, rappresenta il compimento di una raccolta che ci restituisce una voce libera dalla stretta dell’autoreferenzialità e votata all’ascolto, un ascolto che non è una posa ma accoglienza totale di una totale alterità. Fino a ferirsi. Da qui sgorga la poesia

DAVIDE TARTAGLIA

lunedì 17 agosto 2015

MARINA SANGIORGI RECENSISCE, SULLA RIVISTA CLANDESTINO, "IL SEME DEL GIORNO" DI ROSSELLA RENZI







 
MARINA SANGIORGI 
su 
Il seme del giorno” 
di Rossella Renzi


maggio 28, 2015 SU RIVISTA CLANDESTINO

La casa editrice L’arcolaio di Gianfranco Fabbri (Forlì) ha di recente pubblicato la seconda raccolta di poesie di Rossella Renzi Il seme del giorno. Nata nel 1977, la Renzi vive e insegna a Conselice (Ravenna); ha due figli. La poesia è davvero il seme, il nocciolo della realtà che c’è prima, che ci sarà dopo. Intorno a ogni poesia c’è una storia che il lettore, se vuole, può cercare di immaginare.

Abbiamo lottato un pomeriggio intero.
Ora tu dormi, io scrivo,
rimetto ordine al mio schianto d’organi
rendo un senso ai tuoi sogni scomposti.

Cosa pensi, cosa? Della voce di tua madre,
quando urla, prega, sussurra il tuo nome?
Cosa sente la tua piccola schiena
appoggiata alla mano che trema?

Asciughiamo la saliva sul viso,
gli occhi lucidi sul nostro cammino.

Questo testo può essere un esempio della “furiosa concretezza fisiologica” (definizione di Fabbri) che caratterizza l’autrice. Rossella e suo figlio hanno litigato, lo scontro dura un pomeriggio, poi si placano: il bambino dorme, lei scrive, appoggia la mano ancora tremante per il nervoso alla “piccola schiena”. Forse lei asciuga le lacrime di lui, forse è il figlio che asciuga quelle di sua madre. Il loro cammino comune continua.
Gianmario Villalta nella prefazione afferma che tema centrale del libro è la cura, degli altri e di sé.

Sorveglio da questo ramo troppo alto
che tutto proceda nel migliore dei modi
che non ci siano in agguato predatori
per il corpo, così lieve e ridente
che non si lasci prendere davvero
che la casa per voi sia calda e accogliente
che l’albero che mi ospita vi protegga per sempre
con la sua ombra, il suo silenzio verde.

L’autrice osserva la sua famiglia, i bambini, i figli, gli scolari: vuole proteggerli dai predatori, vuole che la casa sia un luogo sicuro, che si possa stare al riparo, all’ombra, sotto un grande albero che  custodisca come un padre, o un tempio. In un’altra poesia si rivolge a un gelso centenario dicendo: “A te vengo come ad un tempio”. La natura non è nemica per la Renzi: “sono state le mani di un bambino / il disegno di Dio / che gioca con la palla” a creare il mondo per noi.

Sei caduto per caso
e qui sei nato.
Raccontami ora
del sacro che abbraccia anche gli alberi
nati per disciplina
nati per il dovere della sete.
 Un seme è caduto ed è nato un albero. O forse si tratta di un bambino? Comunque il sacro abbraccia tutto, ed è una disciplina e un dovere curare e far crescere ciò che nasce, anche quando pare che avvenga per caso: perché, una volta nato, ogni essere ha sete di acqua e di vita.

giovedì 30 luglio 2015

ARNALDO EDERLE RECENSISCE L'ULTIMO LIBRO DI RENZO FAVARON, "BALADA INCIVIE, TARTUFI E ARLECHINI"











ARTICOLO TRATTO DAL QUOTIDIANO VERONESE L’ARENA, DI OGGI.
ARNALDO EDERLE RECENSISCE “BALADA INCIVIE…” DI RENZO FAVARON

Renzo Favaron ricompare in libreria con un suo nuovo libro intitolato Balada incivie, Tartufi e Arlechini (L'arcolaio, pagine 109, 12 euro) una raccolta che comprende, oltre ad una lunga diatriba che riguarda la sua vita e il suo lavoro, una serie di poesie lunghe che ricordano la struttura del poemetto, un genere poetico finora comparso raramente nelle sue composizioni. Favaron ha sempre preferito la lirica di misura tradizionale, cioè breve folgorante anche se talvolta questa misura si è presentata più complessa e spesso frammentata in strofe, fin dalla sua prima raccolta, cioè da Presenze e conparse del 1991. Mi sembra questo cambiamento di struttura una novità interessante perché affianca una tendenza abbastanza comune tra le scritture dei vari poeti italiani di questi ultimi anni.I temi infatti trattati in questo libro non sono propriamente i temi della lirica in senso stretto «Nino, forse pa'l'ultima òlta torno/ al me dialeto pà' sentire vive/ le robe morte tacà a la to boca/ -mi che cò sero i oci/ so simie a ti e no te strinzho pì,/ strinzho na facia de lagreme/ che no pianzhe», sono temi, come quello appena citato, che riguardano la vita del poeta e quella della sua terra, dei suoi concittadini, dei dolori e dei gravi e meno gravi problemi sentimentali o della dura esistenza che porta alle lacrime.E d'altra parte è lo stesso titolo del libro che indica palesemente questo progetto. «Se penso a la me storia, no penso/ in Talian, ma in diaeto». Ecco, anche in questi due versi un'altra affermazione chiara che riguarda le sue naturali tendenze linguistiche.E' questa una cosa che, in tanto tempo che lo seguo, ho sempre pensato e della quale sono quasi sicuro. Una sensazione che ho cominciato ad avvertire fin da Presenze e conparse, il primo libro che ho letto con molto interesse e che ho recensito con grande piacere lusingandomi di aver trovato un poeta vero e capace di impersonare la poesia veneta nel più alto dei modi: «No' gero de pì de de 'na gaìna./ Anzhi, me saria piazhesto essere/ on papavaro, rosso in mazho al fromenton/ zhalo, cofà co gironzolavo/ in-te 'na strada bianca, arginae/ e a destra e a sinistra ghe gera el velo d'i salgari/ a far da angei custodi al me canae».E' vero che anche nelle traduzioni in lingua italiana le sue espressioni non fanno una piega, ma è anche vero che i suoni del dialetto infondono nella sua poesia una sonorità particolare, assai realistica, un po' dura come in tutti i dialetti, ma che colora i suoi versi di quella autenticità propria di queste lingue come raramente sa fare una lingua nazionale. Dunque ben venga il dialetto con il suo patrimonio naturale, spontaneo e pieno di colorature ora secche, ora dolci e piene di ricordi e di rintocchi antichi come quelli che sgorgano dai bei versi di Renzo Favaron.o
Arnaldo Ederle