prefazione di Adelelmo Ruggieri
“Riconoscenze”,
Jonata Sabbioni
(L’Arcolaio, 2015)
lettura di Davide Tartaglia
articolo apparso sul
blog “Una casa sull’albero”
“Riconoscenze”,
seconda opera in versi del giovane poeta fermano Jonata Sabbioni, affida al
titolo una prima dichiarazione di poetica: la poesia, proprio come una lente di
ingrandimento, non ha il compito di creare il reale ma piuttosto quello di
“ri-conoscere”, di conoscere nuovamente e in maniera più autentica, o forse,
più ancora, quello di rinvenire nel mondo delle tracce di sé. Questo
reperimento implica un assunto iniziale: che esista nella “foschia acquatica”
del mondo un anello di congiunzione con l’io, un’insospettata corrispondenza.
Infatti, della
realtà, non si riconosce nulla se non qualcosa che abbiamo già conosciuto, se
non qualcosa che abbiamo perduto o che, anche solo in minima parte, già ci
appartiene ab origine.
E ancora: il verso
nasce da una sovrabbondanza, da una sovrabbondanza indicibile che rivela
l’inadeguatezza della parola, costretta inevitabilmente ad una tensione.
Sovrabbondanza che è “croce” (per una sproporzione bruciante) e anche
gratitudine, secondo significato del termine “riconoscenza”.
Nel dramma del
riconoscimento s’instaura una relazione biunivoca tra soggetto ed oggetto; l’io
lirico, infatti, si trova ad essere, alternativamente, colui che riconosce e
colui che è riconosciuto.
Questo dramma che
solca l’intera opera mette in campo due atteggiamenti apparentemente
contrastanti: da una parte il continuo affacciarsi, il ripetuto
“dis-equilibrio” che provoca uno sbandamento, e dall’altra una passività, nella
ferma convinzione che il ricongiungimento è ultimamente “ri-conoscenza” di
qualcosa che giunge aldilà della volontà e della possibilità del soggetto di
crearlo.
Il corpo della
seconda opera del poeta fermano è forse la scoperta che questo inevitabile
disequilibro è la strada, la porta stretta per un riconoscimento autentico
dell’io all’interno del reale.
-
Paesaggi umani
Ma anche lo stesso
disequilibrio, nel libro di Sabbioni, è il risultato di qualcosa che precede, non
è né una posa né una programmatica disposizione dell’animo, ma nasce
innanzitutto come la risposta a un dato, è abbandono di fronte all’evidenza
nuda del reale, “alla luce che svuota”.
Ma c’è come una
corda che trattiene “di qua” e che impedisce il salto, una forma istintiva di
conservazione dell’io, dunque l’abbandono, pur nella sua corrispondenza
naturale, è un’esperienza tutta da conquistare. La scrittura di Sabbioni si
inserisce nella tensione tra questi due poli, si distende verso l’orizzonte:
brucia le distanze quasi a voler toccare “l’estremità della pianura”, poi a
tratti si dipana, allarga la propria maglia per accogliere in un verso ampio tutto
ciò che, non previsto, irrompe nella lunga gittata dello sguardo.
In entrambi i casi,
la cifra stilistica del poeta fermano si situa nella sobrietà di un linguaggio
che rifiuta esplicitamente qualsiasi preziosismo fine a se stesso, ma che, allo
stesso tempo, mai scade in sciatteria; l’uso dell’aggettivo è centellinato, a
mostrare che nulla c’è da aggiungere alla forza del dato che emerge dal reale e
l’unico lavoro del poeta è di scavare per riconoscerlo e “salvarlo”.
La salvezza di
Sabbioni non è un concetto astratto ma è un’esperienza sensibile, la parola del
poeta fermano, infatti, si smarca da ogni stucchevole forza evocatrice e fonda
la sua consistenza nella rivoluzione dello sguardo, nello sforzo di una messa a
fuoco di tutto il reale, con lo scopo di liberare ciò che giace al fondo, nella
stretta dell’anonimato (possiamo toccare
altre vite / se posiamo su loro gli occhi).
Sabbioni sembra
aver assorbito integralmente la trasversale lezione pasoliniana all’interno del
filone antinovecentesco del secolo passato, sia dal punto di vista stilistico
che speculativo, e la incarna nella singolarità di un tempo e di un luogo, nella
dimensione personale di un uomo che vive con interezza la contemporaneità, che
trattiene e porta in sé e con sé tutto il mondo.
Ecco allora che le
immagini risentono inevitabilmente di una topica del paesaggio marchigiano ma
senza mai ridursi a ripetizioni anacronistiche di stilemi obsoleti; per
Sabbioni la provincia rimane baluardo di resistenza al potere e, contemporaneamente,
punto di vedetta e di slancio per un giudizio originale sul mondo.
La riconoscenza è dunque l’avvenimento di un
incontro tra il tentativo di “mappare il reale” e la realtà che si presenta
come “dato”, realtà che imprevedibilmente si concede allo sguardo del poeta
schiudendo il mistero della propria origine (mi sporgo dal baratro / del tuo volto […] sei tu la mia natura / la
linea di sangue sulla pelle / la sete che divora la terra / l’origine vivente
dei nomi).
Il dramma di
Sabbioni si consuma in questo continuo sporgersi su un Mistero, inconoscibile
nella sua interezza, solo approssimativamente abbozzato dal piccolo scoglio del
reale, dalla terrazza degli occhi, eppure è già abbastanza per riconoscere la
profonda corrispondenza di un mistero che si rivela intimamente impastato con
l’origine più profonda dell’io.
Il rapporto con un
“tu” scava sottotraccia tutte le pagine del libro e puntualmente riaffiora, a volte
come un’oasi di pacificazione (all’origine
dei tuoi capelli trovarsi, […] Tutto è pacificato. Tutto è riunito, adesso),
in altri episodi come la chiave di accesso alla realtà totale, la quale è
schiodata dalla sua incomunicabilità per rivelarsi nella sua autenticità.
E’ proprio in
questa doppia natura del “tu”, immanente e trascendente, che si esprime la continua
lotta di Sabbioni nell’apparente contraddizione di una “verità che non si
conosce, non riluce / né si traluce”, una verità che si cela e rimane “voce
inudibile” e che poi sembra, a tratti, rivelarsi nella carne.
-
Riconoscenze
E’ nella seconda
sezione che questa invocazione inizia ad assumere dei contorni riconoscibili:
figure della memoria o del presente, luoghi, incontri in cui vibra un “indizio
di gloria” che “anticipa il mistero”. Nelle “riconoscenze” le presenze abituali
emergono in una luce nuova, sotto la quale la quotidianità viene sottoposta ad
un processo di risignificazione in cui i singoli frammenti sembrano legarsi ad
un punto lontano (un peso immenso),
irriducibile e, infine, ricomporsi. La novità in Sabbioni è sempre un
approfondimento dell’inizio, è inabissamento nell’origine più che progressiva giustapposizione
o allontanamento.
L’io lirico scopre
la propria appartenenza ad un “altrove” come esito di un processo di
radicamento nella terra e non nella fuga: più la parola tende a fondarsi, a
ricavarsi un luogo hic et nunc e più
emerge l’evidenza di una cittadinanza più profonda che è oltre il mondo. Solo
al “centro di questa parola” tutto si può accogliere davvero, senza riserve, può
risplendere la gloria degli sconfitti, dei senza patria.
Ma questo
riconoscimento del mondo e dei suoi figli corre parallelamente al secondo
significato della parola “riconoscenze”, che è quello di una gratitudine che
implica la responsabilità di una restituzione totale di sé al mondo.
Il riconoscimento
del mondo si pone dunque, contemporaneamente, come origine e conseguenza di
questa gratitudine. E’ proprio nell’istante in cui si è riconosciuti che il
poeta può riconoscere se stesso e l’altro, e, viceversa, è nel riconoscimento
dell’altro che l’io ritrova il suo alveo originario (oltre l’inganno / della
permanenza sta solo / la gioia che viene dalle cose, / dal loro colore immobile).
In questa dinamica è centrale la figura archetipica della madre come chiave di
accesso al mondo, il punto in cui tutta la storia ha inizio e in cui tutto va
nuovamente riconquistato.
-
Equilibrio
L’equilibrio
dell’ultima sezione è dunque più un approdo intravisto che un porto definitivamente
raggiunto e si situa nell’accettazione di un “ascolto che non sa conoscere” e
deve continuamente tendersi, ricominciare. L’uso dell’articolo indeterminativo
nel titolo “un equilibrio” rende subito chiaro come Sabbioni si riferisca ad
uno dei tanti possibili stati di permanenza, una tappa non definitiva del
viaggio, che richiede puntualmente una nuova partenza. Adelelmo Ruggieri, in
prefazione, scrive di un movimento necessario per non cadere irrimediabilmente:
“se restiamo fermi, in piedi, basta poco per cadere, e allora facciamo un passo,
e poi un altro; quel passo è lo iato fra lo stare in equilibrio e il mantenersi
in equilibrio”.
L’equilibrio di
questa terza sezione non è solo l’esito di un esercizio o di uno sforzo, ma è
l’accadere di un incontro, l’imprevisto accordo del passo del poeta con il
naturale ritmo della vita e del respiro (mi
sveglio e accade nella notte / che un altro respiro mi sfiori).
Se la prima sezione
è percorsa dalla tensione conoscitiva dell’io e la seconda dallo stupore (e anche
dalla violenza) del riconoscimento di un altro che giunge, in questa terza parte
si compie l’accadimento ulteriore: l’accettazione libera dell’altro.
L’incontro, per il
poeta fermano, non è l’azzeramento della differenza, l’annullamento liquido del
tratto distintivo di ogni realtà, ma è piuttosto un luogo in cui il
riconoscimento dell’altro, nella sua totale irriducibilità, diventa il punto in
cui potersi ultimamente riconoscere.
Sabbioni, nella sua
seconda raccolta, riprende il filo del discorso intrapreso nel primo libro, e
si rendono evidenti gli esiti di una ricerca sul verso che corre parallela ad
un approfondimento umano personale. Si nota un’attenzione maggiore al ritmo, che,
rispetto alla spezzatura dell’opera di esordio, trova un respiro più ampio, sia
attraverso la ripresa occasionale del metro tradizionale, sia attraverso l’uso
sapiente dell’inarcatura che appare molto più consapevole.
L’implorazione commossa dei
due versi finali (- Vuoi essere, tu, ora
che la parola / è alla tua bocca? -), attraverso un irremovibile contegno,
rappresenta il compimento di una raccolta che ci restituisce una voce libera
dalla stretta dell’autoreferenzialità e votata all’ascolto, un ascolto che non
è una posa ma accoglienza totale di una totale alterità. Fino a ferirsi. Da qui
sgorga la poesia
DAVIDE TARTAGLIA

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