domenica 13 settembre 2015

ANTONIO DEVICIENTI RECENSISCE, SULLA RIVISTA BLOG "SAMGHA" IL LIBRO CARTEGGIO DI CHRISTIAN TITO E LUIGI DI RUSCIO, "LETTERE DAL MONDO OFFESO"












ANTONIO DEVICIENTI, SULLA RIVISTA SAMGHA, RECENSISCE “LETTERE DAL MONDO OFFESO”, IL LIBRO CARTEGGIO TRA CHRISTIAN TITO E LUIGI DI RUSCIO.


Ho avuto la fortuna d’incontrare questo libro direi ancora nella sua penultima fase di scrittura, per poi riattraversarlo nella versione definitiva che tutti possiamo leggere nel bel volume (anche dal punto di vista editoriale) dell’Arcolaio. Ricordo ancora la fortissima emozione che provavo leggendone le bozze e il desiderio che nacque di scriverne subito; poi tutta una serie di circostanze mi hanno portato a parlarne solo oggi, a quasi un anno dall’uscita ufficiale, ma ne sono contento perché accade spesso, almeno sul web, che la pubblicazione di un libro riceva una risonanza immediata, per poi cadere dopo poche settimane nell’oblio. E invece la presente è un’opera da leggere assolutamente e della quale continuare a parlare.  
Tutto comincia dalla Libreria del mondo offeso di Milano, oggi in zona Sempione, ma alla sua apertura e per alcuni anni successivi in Corso Garibaldi e comunque, allora come oggi, voluta e animata da due persone che innanzitutto amano e conoscono i libri, Laura e Marco Bocciarelli. Sono loro che fanno conoscere a Christian Tito il nome di Luigi Di Ruscio, che gli procurano i libri; Christian è una persona e un artista estremamente versatile (“sai fare tante cose…” gli disse una volta un’amica e quell’osservazione è divenuta, col tempo, il verso di una delle più belle poesie contenute nella raccolta Tutti questi ossicini nel piatto, Zona Editrice, Arezzo, 2010) e, negli anni di cui parlo qui, egli è qualcuno che cerca la sua voce nella scrittura e che, con umiltà e consapevolezza, sa di aver bisogno di persone da cui imparare. Comincia così il viavai di emails tra Milano e Oslo dove Luigi Di Ruscio abita da anni e dove si è diviso tra la sua vocazione alla poesia e il mestiere di operaio in una fabbrica di chiodi. Potrei ora discettare sul genere del romanzo epistolare o anche dell’epistolario tout court, scrivere che il libro di Christian è la controprova che tale genere letterario non è morto (e mentre scrivo ho vicino a me, e non a caso, l’epistolario di Ingeborg Bachmann e Paul Celan e lo tengo qui accanto quasi chiedendo a queste lettere doloranti e bellissime il viatico perché io sia all’altezza di scrivere del libro di un amico carissimo e di uno scrittore e poeta davvero bravo); preferisco invece concentrarmi su quello che le Lettere dal mondo offeso è: un magistrale montaggio (suddiviso in capitoli) di missive in forma di posta elettronica che, diciamo così, allo “stato grezzo” erano lo scambio affettuoso e per entrambe le parti diventato col tempo necessario tra due persone molto affini – ma il dato tecnico, così freddo, è ampiamente subissato dalla partecipazione e dalla commozione che afferrano il lettore man mano che entra nel rapporto amicale tra Christian e Luigi. Mi piace sottolineare che Christian dice sempre “il libro mio e di Luigi” ogni volta che ne parla: questo non è mai soltanto “il mio libro” e a ragione, visto che numerosi testi sono le emails di pugno di Di Ruscio, ma, soprattutto, perché Christian è convinto che si tratti di un libro scritto a quattro mani e di un’opera che tenta di restituire a Luigi Di Ruscio la statura (grande) che ha, ma che non sempre gli viene riconosciuta. È, direbbe Sebald, “un tentativo di restituzione”.
Sarebbe facile e banalizzante immaginare che Di Ruscio diventi il padre che Christian ha perso pochi anni prima (anche se è lo stesso Christian, in un punto del libro, ad accennare ad un suo rapporto anche filiale col poeta marchigiano): nel corso dei contatti Luigi afferma e sottolinea il loro rapporto amicale e, proprio all’inizio della corrispondenza, quella di Christian è una calda, commossa ammirazione per un autore appena scoperto e dal quale si sente come folgorato; il poeta risponde sempre con affetto, passione, mettendosi volentieri a nudo, parlando di sé, della propria scrittura e della sua famiglia senza reticenze, cosa che fa anche Christian, proprio perché non è il medium (non sono né il computer né la posta elettronica), ma è la parola, di un uomo detta ad un altro uomo, che fa germogliare l’affetto e la stima reciproci. Sotto il benigno governo della parola nasce e matura un rapporto che ruota attorno a più punti focali: l’interesse totalizzante per la scrittura, la vita di coppia, i figli, la dignità di uomo e di scrittore, la capacità d’indignarsi, heroici furori senza i quali l’esistere sarebbe indistinto grigiore. Ed è nel montaggio e nello stile che questo libro s’innalza da semplice documento ad opera letteraria, grazie ad un lavoro annoso e finanche doloroso che Christian Tito ha compiuto per fare di una serie di emails private (che ad un “estraneo” potrebbero anche non dire nulla o apparire noiose) un’opera narrativa entusiasmante e umanissima.
C’è una foto di Luigi Di Ruscio che a Christian piace tantissimo (la si trova in quarta di copertina): Luigi Di Ruscio tiene in mano una spiga e sembra porgerla sorridendo a chi guardi la fotografia; scrive Christian:

Avrei voluto, con intento provocatorio, chiamare questo libro “la vita segreta dei ratti”. Nello “zibaldone norvegico” uno dei diversi libri usciti postumi, Luigi scriveva che ratti era la parola più presente nella sua opera. I ratti erano una delle sue tante ossessioni. Diciamolo però: a parte i simpatici topolini di campagna, in effetti , per quanto amici degli animali si possa essere, l’immagine dei topi di fogna, annidati negli anfratti più luridi e nascosti delle nostre città, non evoca immagini positive e sicuramente non occupano i primi posti in materia di bellezza animale. Ma sono proprio quelli i ratti a cui Luigi spesso si riferiva nella sua scrittura, non certo a quelli delle campagne da cui proveniva e, quando ne scriveva, sembrava quasi simpatizzare e fare il tifo per loro e non per i bipedi, spesso brutalizzati e disumani, che passeggiavano tranquillamente sopra le fogne, esposti alla luce del sole. Chissà, magari inconsciamente un po’ si identificava con essi, ratti e pantegane , abituato come era a scrutare nelle zone d’ombra del suo animo per tentare di studiare quello dell’essere umano, così come hanno fatto e fanno i più grandi artisti della storia. Forse, come capita spesso ai poeti non istituzionalizzati, quelli fuori dagli allori delle accademie, dai giri che contano, dai salotti bene della cultura, esisteva in lui una specie di identificazione con questi animali: si sentiva isolato e schifato da quel mondo che invece lui amava e descriveva con spietata lucidità. Ma non ce l’ho fatta. Non sono riuscito a dare quel titolo a questo libro perché quando guardo le splendide foto che il fotografo Ennio Brilli, caro amico fermano di Luigi, ci ha generosamente donato per il libro, vedo tutta l’umana essenza di Di Ruscio. Dove tiene in mano la spiga, Luigi sembra tenere in mano l’intera natura; natura che amava profondamente. La spiga che ci dà il grano che ci dà il pane, cibo quotidiano; simbolo di comunione tra gli uomini e degli uomini con Dio, quello buono, a cui lui faceva finta di non credere. Nonostante Di Ruscio dal mondo ha spesso ricevuto cattivi trattamenti o noncuranza (che è ancora peggio) io, che ho amato questo uomo come ogni allievo ha amato colui che riconosce come il proprio maestro, in quella foto lo trovo bellissimo, come bellissimo era mio nonno, altro uomo di campagna a cui sono stato profondamente legato e che tanto mi ricorda (pagg. 19 e 20).

È questo l’emblema della generosità reciproca che innerva la corrispondenza tra l’anziano Maestro e il giovane poeta, ma anche della generosità pura e semplice con cui entrambi si spendono nella scrittura e nella vita, aggiungendovi l’affetto reciproco e quella che mi sembra di poter chiamare la devozione che Christian Tito nutre per Luigi e che continua a spingerlo, infaticabile, a parlare di Di Ruscio e a leggerlo ovunque gli sia possibile, anche per ottemperare ad una promessa che ha fatto al poeta e a se stesso.
Scrivevo della struttura del libro che si articola in una Nota, in dieci capitoli con numerazione romana e titolati, concludendosi con una bellissima postfazione di Sebastiano Tommaso Aglieco che è una delle persone che più da vicino ha seguito il farsi delle Lettere dal mondo offeso. E non scrivo casualmente del “farsi” di questo libro, un farsi lungo, complesso che ha dovuto confrontarsi con quello che ostacola e mette alla prova ogni artista: dare forma e dignità d’arte alla materia concettuale e sentimentale, prendere le distanze dai propri sentimenti e dall’emotività, in questo caso, poi, riportare ad unità frammenti, numerosi e talvolta informi. La tecnica modernissima del montaggio (ma ricordo che Christian è anche un appassionato ed esperto cineasta) ha dato forma ad un libro che, dopo un’attenta lettura, svela tutta la sua complessità, la sua prismaticità, la sua splendida capacità di riversare echi e suggestioni in moltissime direzioni. La scansione “classica” dei capitoli consiste in citazioni dall’opera di Di Ruscio, segue poi una prosa di Christian ad introduzione al capitolo, ma anche in forma d’eco alle parole dello scrittore fermano e, quindi, i testi delle emails:

La corrispondenza raccolta in queste pagine è avvenuta tra l’11/10/2009 e il 23/02/2011. Ad eccezione  dei primi due e nell’ultimo capitolo,  dove si riporta fedelmente o a tratti lo sviluppo temporale, non saranno presenti le date delle singole mail poiché, avendo sviluppato il testo secondo aree tematiche ricorrenti nel corso del dialogo, i salti temporali risultavano continui. Per esigenze narrative, inoltre, poiché i due autori non scrivevano con l’idea che dalla loro corrispondenza sarebbe nato un libro, sono state a volte accorpate alcune lettere per dare maggiore senso e fluidità al discorso. (…) (dalla Nota di pag. 11).

Il primo capitolo è sostanziato dalla corrispondenza che i due protagonisti si scambiano negli ultimi giorni di vita di Luigi Di Ruscio, il quale possiede una virile consapevolezza della propria grave malattia e sembra aver raggiunto una nobile serenità, pur continuando ad esprimere un insaziabile amore alla vita e alle persone a lui care:

21 gennaio 2011
Caro Christian, sto molto male, qui dall’ospedale mi hanno dato un permesso di due giorni, ho 82 anni e poeti eterni sono solo una fantasia, grazie per la tua amicizia, se ti capita parla dei miei libri, un forte abbraccio. Luigi (pag. 14) e a pagina 15:
22 gennaio 2011
Caro Christian, ti regalo queste parole. Forse sono le ultime che scrivo.
Sei stato per me un carissimo amico.
em>Grazie
 
E’ così che capisci di andartene, gli sguardi dei tuoi cari si abbassano, le parole stentano ad essere pronunciate, i figli ammutoliscono. Divorato dalla febbre preparo la valigia per andare in ospedale.
Le mani indugiano sulla cerniera, la paura è la stessa di quel giorno di maggio del 1957. Allora vi disponevo con cura i miei libri, con gli angoli delle pagine tutti arricciati; adesso i calzini, le mutande, i pigiami, perfettamente stirati e ricamati. Chiudo tutte le finestre, ripongo nella custodia la macchina da scrivere, ritorno tranquillamente nel niente da dove sono venuto.Nei miei versi è la mia resurrezione (queste ultime parole sono un’autocitazione da Memorie immaginarie e ultime volontà).

E infatti il capitolo si chiude con il laconico annuncio da parte del figlio Adrian della morte del padre. Lettere dal mondo offeso si profila in tal modo anche come un lungo flash back, la cui stesura ha portato Christian a ripensare la storia della sua amicizia con Luigi e la storia della propria vita negli ultimi anni, oltre che ad un bivio cruciale per qualunque scrittore che desideri basarsi su del materiale biografico e autobiografico: raccontare di sé, ma riuscendo a diventare personaggio, raccontare camminando sul difficilissimo filo sospeso nel vuoto che collega l’esperienza personale con la sua oggettivazione. Si capisce bene, allora, come questo libro posegga un alto valore anche grazie alla capacità dell’estensore di allontanare da sé momenti e figure così carnalmente  infisse nella mente e nell’emotività per contemplarli dalla giusta distanza e poter creare un’opera che parli ai lettori, che non sia banale documento di un’amicizia, ma anche una scrittura matura, consapevole di sé e dei propri rischi, situatasi sul difficile crinale tra stile ed esplorazione della propria interiorità. Lettere dal mondo offeso è infatti la storia parallela di due vite, quella di Di Ruscio il quale spesso racconta del proprio passato sia privato che letterario e quella di Christian Tito, giovane Tarantino che si è appena sposato, che presto diventerà padre, che lavora in una farmacia di Milano e che sta scrivendo un libro di poesie che spera di pubblicare. Ma attenzione: l’atteggiamento di Christian non è mai quello di mettere se stesso al centro dell’attenzione, egli entra sempre in punta di piedi nel mondo di Luigi, ne attende con trepida ansia i messaggi, sempre con discrezione e sentendosi piccolo, molto più piccolo del suo amico; racconta di sé, della sua gatta, del libro in fieri, del bambino in arrivo e di sua moglie (sottolineo che le figure di Loredana, la moglie di Christian e quella di Mary Sandberg, moglie di Di Ruscio, sono tra le più belle, interessanti e originali del libro e ne balzano fuori con una vividezza dettata dall’amore e dalla consapevolezza della loro fondamentale importanza nella vita di entrambi). Leggiamo la storia di una vita che si avvia alla fine e che incontra un’altra vita in fermento, aperta al futuro, ci commuoviamo leggendo le parole di affetto, d’incoraggiamento, di entusiasmo dell’anziano poeta per tutto quello che il suo giovane amico gli racconta e chi si dedichi alla lettura di questo libro comincerà a familiarizzare, se ancora non li conoscesse, con lo stile e con le opere di Luigi Di Ruscio, con una scrittura originale e protestataria, nervosa e pure a tratti lirica, che non paga pegno a nessuna scuola, men che meno a qualche moda, ma con il vantaggio, leggendone poi i messaggi, di conoscere l’uomo Di Ruscio, tenero e sensibile, gentile e generoso.


Tra i molti temi affrontati nella corrispondenza largo spazio occupa quello della poesia italiana contemporanea, dell’editoria e di molti suoi protagonisti con cui Di Ruscio era in contatto e con i quali, non raramente, è entrato in conflitto per la propria natura diretta e collerica, ma, dice Luigi, “è stata sempre colpa mia”: Di Ruscio non fa sconti a nessuno, men che meno a se stesso. Spesso Christian cerca di aiutarlo a ricucire certi rapporti o funge da tramite tra Luigi e il mondo editoriale milanese.
Tengo moltissimo, però, a fermare l’attenzione sulle prose di Christian che, come ho già detto, introducono ogni capitolo, ché questo libro (non lo si dimentichi) è fatto anche da parti scritte ad hoc e risultanti da quell’operazione di riordino del materiale e di riflessione sul rapporto amicale di cui scrivevo più addietro. Lo stile è asciutto e chiaro, la sintassi rigorosa e limpida: con questi strumenti Christian domina la partecipazione emotiva, superando, grazie a testi di classica e conchiusa costruzione, i dati autobiografici, trovando accesso ad una narrazione all’interno della quale la partecipazione etica ed emotiva sono ben presenti, ma con un equilibrio davvero encomiabile e con una lucidità che mette al riparo il libro dal rischio della confessionalità..

C’è da dire anche questo: scrivo queste riflessioni su Luigi nell’estate del 2014, più di tre anni dopo la sua morte. In questo tempo ho maturato un sufficiente superamento della ferita e del dolore per la perdita e questo mi consente di guardare le cose con maggiore lucidità. Ho capito che, come accade spesso a tanti artisti (e come pilastro fondante e molto frequente di tanta arte), Luigi tendeva ad ingigantire alcuni aspetti della realtà che erano motivo di preoccupazione. Ad esasperare questa tendenza caratteriale contribuivano le sue condizioni di salute che continuavano a peggiorare facendogli sfiorare la depressione che, tra i suoi sintomi più frequenti, ha proprio l’ alterazione della giusta misura del reale nella propria percezione.
Ma perché, tra altri aspetti che per ragioni di privacy nascondo, è proprio questo che decido di esporre? Semplice, perché trovo assurdo che uno scrittore che si è dedicato anima e corpo alla sua opera, opera considerata da tanti di altissimo valore, in mezzo a una vita dura, perseguita con altissimo senso del dovere verso sé, verso la sua famiglia e verso la società, non abbia avuto, attraverso questo riconoscimento, la possibilità di vivere la sua vecchiaia con un tantino più di serenità, affiancando la sua pensione da metalmeccanico a qualche compenso derivante anche da essa. Contrariamente a quanti (tanti, troppi) pensano, fare arte è sempre un atto di estrema generosità, ma è anche pericoloso, si rischia molto in termini emotivi e psicologici. Certo, a farlo, spesso, sono persone con un ego fuori dalla media che vogliono lusingare anche il loro narcisismo, non è da nasconderlo, ma al di là di questo peccato che mi sembra tutto sommato veniale (a seconda delle proporzioni, certo), lo stereotipo dell’artista parassita, tanto caro a certi nostri governanti è solo un miserabile stereotipo, frutto di una inesistente empatia e di scarsissima sensibilità.

Ci vuole coraggio ad essere artisti, per essere veramente poeti occorre un’intelligenza sovrumana scriveva il suo amico Leo Paolazzi in arte Antonio Porta. Se lo si è e la si ha, a volte, è possibile che l’intera “luridissima” razza umana faccia un balzo in avanti rispetto alla coscienza che ha di se stessa.  A me non sembra poco (pagg. 137 e 138).

Se, facendomi coraggio, ho cercato di accompagnarlo fino all’ultimo, ho trovato la forza di farlo perché conosco l’assillo, forse la vera ossessione del poeta, il vero motivo per cui scrive: lasciare un segno, un frammento d pensiero, qualcosa che testimoni un passaggio in un’epoca, una storia, quel dare senso al suo essere stato un uomo, tra e con gli altri uomini, non solo per mantenersi in vita, ma per arricchire la sua e la vita di tutti. Perché il poeta sa, come pochi, che la vita è probabilmente la cosa più preziosa e irripetibile che possediamo e non può essere sprecata. Lui sa che, se esiste davvero il peccato, questo sarebbe certamente il più grande (pag. 154).

Antonio Porta è altro poeta fondamentale per la formazione intellettuale e umana di Christian; non a caso leggiamo quasi sul finire del libro (Rosemary Liedl è la moglie di Porta):

Il 5 maggio 2014, incontro Rosemary Liedl. Non la vedevo da tempo, l’appuntamento è nella nuova piazza Gae Aulenti di Milano. È una bella giornata di sole, appena arrivo mi guardo intorno e la vedo seduta al centro della piazza assorta nella lettura. Mi avvicino, la saluto, lei incrocia il mio sguardo e prima ancora di dirmi ciao mi rivolge una domanda: “come si fa a morire?”. Io che al solito amo scherzare le rispondo che conosco diversi modi più o meno indolori e che, data la mia esperienza, avrei potuto darle qualche indicazione. Ma capisco bene il senso di quella domanda. La domanda della moglie di un grande poeta che, oltre ad averlo perso fisicamente, teme che egli rischi di morire anche da un punto di vista letterario e questo è, giustamente, molto duro da accettare. Anzi, direi che è proprio inaccettabile se vogliamo pensare di abitare in un paese civile, che dovrebbe attingere anche dalla cultura e dalla sensibilità dei poeti per riflettere su se stesso e provare a ripensarsi, a migliorarsi.  Conosco la tenacia e la dedizione di questa donna, la ritengo commovente e oggi mi sento quasi in colpa nell’avere, in quella occasione, volto l’interrogativo in gioco invece di averle  trasmesso la giusta dose di speranza. Ma quella speranza cara Rose esiste, abbiamo il dovere di farla esistere, fossimo anche gli ultimi uomini sulla terra. E come giustamente pensavi di fare tu, se qui da noi la volgarità, l’arroganza e l’ignoranza vogliono piegare e svilire i nostri sforzi, allora portiamola lontano, anche fuori da qui, infiliamola nella bottiglia e gettiamola in mare, ci sarà da qualche parte una mano d’uomo che la pescherà e ne farà tesoro, ne sono certo.
(…)
Dunque che fare caro Luigi? Niente, continuiamo a fare quello che abbiamo sempre fatto, continuiamo a osare l’impossibile forse il cerchio non è chiuso e, se dovessimo fallire, sarà bello immaginare almeno che un giorno cinque o sei giovani, attorno a un camino leggeranno una nostra poesia e in quel momento saranno felici. Questo in realtà, sarebbe tutt’altro che un fallimento (pagg. 189-192).

La copertina del libro è un fotogramma elaborato dal cortometraggio di Christian Tito e di Nicola Sisci I lavoratori vanno ascoltati, coraggioso e limpido atto di poesia e di civismo: la sagoma di Christian, che dà le spalle all’obiettivo, guarda le luci e i fabbricati dell’ILVA di Taranto, i cui veleni hanno causato, tra le tante, troppe morti, anche quella per cancro del padre dello scrittore tarantino. È l’ILVA ed è ognuna delle fabbriche, compresa la Christiana Spigervek di Oslo, che occupano il nostro orizzonte esistenziale e culturale attuale e con cui si misurano scritture consapevoli e moderne come la presente.

Caro Christian, racconta, dovevi essere molto giovane quando tuo padre è morto. Le fabbriche ovunque, possono essere dei luoghi davvero infernali, lo strano è che chi le vive da dentro non parla mai di quell’inferno mentre chi sta fuori ne parla moltissimo pur non sapendo niente (pag. 113): ecco quello che intendo quando scrivo che le Lettere dal mondo offeso guardano nelle viscere della nostra contemporaneità, che, sulla scia della citazione da Elio Vittorini, il dialogo tra Luigi e Christian e la scrittura stessa di Christian Tito aprono il dato privato al mondo, costringono la loro umanità e il loro essere scrittori a fare costantemente i conti con la realtà contemporanea, con l’offesa che gli uomini ne ricevono o gli uni contro gli altri perpetrano; non è un caso, ad esempio,  che uno spicchio anche qualitativamente consistente delle poesie di Tito abbiano come ambientazione la farmacia, ossia un luogo di lavoro dove s’incrociano la sofferenza delle persone, lo sfruttamento dei lavoratori, la solitudine, ma anche l’allegria e la solidarietà umana. Assume un significato più profondo, allora, il fatto che il più volte progettato viaggio di Christian ad Oslo non possa avvenire e che i suoi tentativi di aiuto anche economico nei confronti di Luigi non abbiano séguito: Di Ruscio è per Christian una voce che, rispetto a quella soltanto “letta” dei poeti che più amiamo, stava per prendere la forma di un corpo e che, comunque, ha ricevuto un corpo particolare, quello del desiderio fortissimo d’incontrarsi e quello delle missive nelle quali Luigi ha trasfuso il se stesso degli ultimi anni di vita – un corpo che, poi e suo malgrado, si è sottratto a causa della morte. Non può non essere commovente un libro scritto sul filo della nostalgia, ma direi meglio della Sehnsucht, perché la nostalgia presuppone un nostos, un ritorno che qui non poteva esserci, mentre la Sehnsucht suggerisce un sich sehnen, uno struggersi e un desiderare fortemente qualcuno o qualcosa, anche di vedere un luogo, oltre che una persona e per Christian Oslo (assieme a Fermo) sono i luoghi dell’arte e della vita di Luigi dal momento che la scrittura possiede la facoltà di ancorarsi a luoghi determinati, di evocarli e trasfigurarli. E anche Milano (oltre a Taranto, ovviamente e più volte i due interlocutori parlano di entrambe le città) assume a ben pensarci un ruolo inedito: è la Milano di una libreria indipendente e accogliente, è la città dove Christian, nel capitolo finale, incontra Rosemary Liedl, ma è soprattutto la città che sta torno torno all’appartamento dal quale Christian manda i suoi messaggi verso Oslo e ne riceve, uno spazio intimo di pensiero e di affetti nel quale si consolida una famiglia (ivi compresa un’altra figura lieta e simpatica, quella della gatta Julietta e Di Ruscio si dimostra molto sensibile nei confronti dei gatti), cresce un’amicizia e, oserei dire, si avviano a venire alla luce due vite: quella del figlio di Loredana e Christian (Samuele) e quella del libro di poesie; per entrambe Luigi esprime affetto e sollecitudine, ma, obiettivamente, può seguire più da vicino la scrittura del libro che diventerà Tutti questi ossicini nel piatto e per la quale è prodigo di consigli. A tal proposito chiarisco che il titolo di questo mio intervento deriva proprio da uno dei più bei testi contenuti nella silloge e che anche Di Ruscio ha molto amato; si chiama Istantanea e si chiude con i versi: non importa se voi non leggete le poesie / perché sarà la poesia a leggervi tutti (pag. 129).
Direi che bisogna avere il coraggio dell’utopia che hanno avuto Christian Tito e Gianfranco Fabbri, l’editore, per scrivere e pubblicare un libro come questo, fuori quadro e in controtempo (cose, queste due, che considero virtù e che non dovrebbero essere scritte in una recensione, ma che scrivo ugualmente) e di quest’utopia, del candore entusiasta e per nulla infantile, ma adulto e consapevole di Christian, del fare editoria contro le tendenze dominanti ringrazio qui entrambi e concludo con un’ultima citazione, eccola:

Questo libro è dedicato a chi, sotto la superficie piatta delle cose, è in cerca di tutti i miracolosi segreti che si celano in profondità, dove la comunione e la fratellanza tra gli uomini è ancora possibile.
Di Ruscio a volte credeva, a volte no, ma di certo sperava sempre e a me ha insegnato a sperare.
Christian Tito (pagina 22).

ANTONIO DEVICIENTI

lunedì 31 agosto 2015

ALESSANDRA TREVISAN RIFLETTE SULL'ULTIMO LIBRO DI RENZO FAVARON, "BALADA INCIVIE, TARTUFI E ARLECHINI"







 Renzo Favaron, Balada incivie, tartuffi e arlecchini, L’Arcolaio, 2015,
DAL BLOG POETARUM SILVA
RECENSIONE DI ALESSANDRA TREVISAN

Negli ultimi anni la poesia dialettale veneta ha trovato in alcuni autori, spesso ospitati anche sul nostro lit-blog, un’energia letterariamente nuova o rinnovata: tra questi si possono ricordare, ad esempio, Piero Simon Ostan e Andrea Longega. Ma Renzo Favaron (già ospitato qui e qui), a differenza delle voci citate, si esprime in un dialetto veneto che potremmo definire misto, di provenienza varia. Spiega Anna Toscano: «La sua caratteristica poetica è la lingua che è un dialetto non di una città precisa, non di una zona particolare, ma un dialetto intimo. Il suo dialetto è un viaggio, nella poesia e nell’esperienza, con una cifra personale e una voce, appunto, intima. Ed è molto corposo, ricco, raccoglie varie particolarità e varie espressioni; tutto ciò rende la sua poesia una sorta di invocazione alle cose di tutti i giorni, alle piccole e grandi quotidianità che ci legano alla vita, soprattutto quando la si mette spesso in discussione. Vita sentita: i battiti, il polso, sono in ogni poesia. Ma anche vita in presenza della morte» (in Virgole di poesia, prima stagione).
I ricordi e il passato, la forza del conoscere (e del volere e saper conoscere), il dialogo con uno ieri che non c’è più o che c’è in una forma diversa, sono il filo conduttore anche dell’ultima raccolta di Favaron Balada incivie, tartuffi e arlecchini edita dai tipi de L’arcolaio. È fin troppo facile affermare che il dialetto ricarichi la parola della sua intrinseca potenza e tuttavia la poesia di Renzo Favaron “dice tutto” con il dialetto che non è reliquia ma una scelta etica e anche l’unico strumento linguistico in grado di proclamarsi il più fedele possibile ai temi, non ultimo l’unica figura possibile di una memoria con la quale non solo l’autore ma anche il lettore cerca di fare i conti, con la quale pare necessario riconciliarsi.
La tradizione porta all’attenzione personaggi che propongono una criticità culturale ma che non soltanto dentro questa lingua (critica) trovano verità d’esistere. Mi riferisco agli arlecchini e ai tartuffi del titolo (ma anche al “mangiafuoco” – e come si può non pensare a Pinocchio, in questo caso), personaggi che appartengono alla cultura veneta, in questo caso, riordinati in un catalogo che aumenta lo sforzo d’immaginazione del lettore. Ci si cala sì in un universo folkloristico ma si mette in campo altresì molta della letteratura dei secoli passati, che su figure analoghe ha costruito monumenti. Si risveglia così un’appartenenza culturale che si potrebbe definire “sovraregionale”, nel caso dell’Italia, e interculturale dal punto di vista letterario.
La forma lunga del poemetto, infine, è una scelta drastica ma non anacronistica, anzi: di certo potrebbe allontanare anche dall’immediatezza che lo stesso dialetto comporta e di cui si è detto sino a qui. Eppure essa è funzionale alla struttura, alla costruzione del verso. La lunghezza riesce a esprimere la complessità del vivere – che non è solo soggettiva – ma anche a imporre all’autore e al lettore un altro tempo, più lento, che è quello della lettura e dell’elaborazione e della comprensione dell’esperienza. La lentezza “costringe” il lettore a trovare il tempo di prendere il respiro, fermarsi, riflettere e anche rileggere, talvolta. Ed è un’audacia raramente concessa, che afferma la straordinarietà e la bellezza di questa poesia.
***
In diaeto
Se penso a la me storia, no’ penso
in Talian, ma in diaeto.
Se vedo el me paese, lo vedo
in bianco e nero, o no’ lo vedo.
Epur no’ son vecio: solo
o no’ son cressuo o no’ son mai vissuo
al de là del circolo che cô lo se bate
el me parla in diaeto
o no ‘l me parla par gnente.
Ogni tanto, cô tira la tramontana
o sento fare el me nome,
me pare de no’ ‘vere pì fradei e sorele,
de essare solo al mondo.
Alora torno a casa, ciapo on goto,
lo inpenisso e ghe dago da bevare
a le piante, po’ puisso la gabia
del canarin, sbasso le saracinesche
e davanti a lo specio speto che passa l’ora in cui no’ son
ch’el rosso vivo dea sigareta:
batisuòsola de tute le robe che no’ ghe xe pì
a ogni respiro.

*
In dialetto
Se penso alla mia storia non penso
in italiano, ma in dialetto.
Se vedo il mio paese, lo vedo
in bianco e nero, o non lo vedo.
Eppure non sono vecchio: solo
o non sono cresciuto o non sono mai vissuto
al di là di un cerchio che, quando lo si batte,
mi parla in dialetto o non mi parla per niente.
Ogni tanto, quando tira la tramontana
o sento fare il mio nome,
mi pare di non avere più fratelli e sorelle,
di essere solo al mondo.
Allora torno a casa, prendo un bicchiere,
lo riempio e do da bere alle
piante, poi pulisco la gabbia
del canarino, abbasso le saracinesche
e davanti allo specchio aspetto che passi l’ora
in cui non sono che il rosso vivo della sigaretta:
lucciola di tutte le cose che non ci sono più
a ogni respiro.

***
L’eternità xe curta
Te dovarissi vedar
come che se speta ‘na paroa.
On fià se fa finta
de dormir, on fià de lezhare.
Se fuma.
Soratuto no’ se fa gnente.
El giorno no’ xe pì giorno,
cualche òlta ‘riva on raio de sol,
cofà se ‘l fusse ‘na piera.
Gnanca se se sposta.
No’ serve tirar zò el dolor
co’ nantro dolor.
El corpo resta dó òlte segnà.
E forse no’ xe da ti
che deve vegner ‘na paroa.
Dio gà i so tenpi.
Par nu l’eternità xe curta.
Copie de Cristo
a la cuindicesima stassion
no’ crocefisse ma ben o mal
pì sole, descantae.

Cussì se speta.
Anca gnente,
che no’ xe pezho
de scoltar on sòno de lata
in-te on vaso dorà.
Sì, no’ paga mai
doparar ‘na lengua morta.

*
L’eternità è corta
Dovresti vedere
come si aspetta una parola.
Un po’ si fa finta
di dormire, un po’ di leggere.
Si fuma.
Soprattutto non si fa niente.
Il giorno non è più giorno.
Qualche volta giunge un raggio di sole,
come se fosse una pietra.
Neanche ci si sposta.
Non serve diminuire il dolore
con un altro dolore.
Il corpo resta due volte segnato.
E forse non è da te
che deve venire una parola.
Dio ha i suoi tempi.
Per noi l’eternità è corta.
Copie di Cristo
alla quindicesima stazione
non crocefisse ma lasciate
più sole, disincantate.

Così si aspetta.
Anche niente,
che non è peggio
di ascoltare un suono di latta
in un vaso dorato.
Sì, non paga mai
usare una lingua morta.

***
da Ballada incivie
III (Invocassion)
Eh sì, povara Italia, cussì orba e in man
a furboni furbi in tramaci.
Povara Italia, che te sbingoi dai lavari
de Arlechini e Tartufi sfiatà,
chi sito diventà? Vidito miga che te ti-ssì

persa pa’ strada? On fià a la òlta
te te ghè scusìo la facia. Povara Italia
come gheto fato a lassarte inpenire la panzha
e ‘ncora de pì svodare la testa?
Ciapate el tenpo se no’ xe massa tardi.

Ciapate cura de ti se ti-ssì
‘ncora bona de vardarte. La sentito miga
sta ganba che scaìna, ste costoe
che dopo la péle se sta magnando anca i ossi?
E el sienzhio de sti tosi ai cuai i pari

gà portà via la vozhe, cofà agnei sacrificà
in nome de ‘na fede senzha Dio?
Lo seto se esiste ‘ncora sto vecio co’ le piaghe
o na fame da lupo de ‘na caressa?
Me par che Dio no’ sia uguae par tuti

se me vien da dirte: dal dito al fato
te podarissi vedare le stele e dopo gnente altro
che el scuro pì scuro.
Ma se no’ te vol perdare el dì pì belo,
povara Italia, tien gli oci verti par tuto:

a la boca inpenìa de mosche, a le stanpee
e al muso co’ gli oci a mandorla,
che no’ i iè cofà ‘na luse che orba da ‘na vetrina,
ma ai cuai gnanca ti te pol far de manco.
Su, sveiate, ciapate cura de ti.

Ciapate el tenpo pa’ salvarte la facia,
pa’ no’ deventare cofà on baston tuto gropi
che no’ xe mai pronto
a inarcarse in-te ‘l soriso e in-te ‘l pianto.
……………………….

*
III (Invocazione)
Eh sì, Povera Italia, così cieca e in mano
a furboni furbi in tresche.
Povera Italia, che ciondoli dalle labbra
di Arlecchini e Tartufi sfiatati,
chi sei diventata? Non vedi che ti sei

persa per strada? Un po’ alla volta
ti sei scucita la faccia. Povera Italia,
come hai fatto a lasciarti riempire la pancia
e ancor di più svuotare la testa?
Prenditi il tempo se non è troppo tardi.

Prenditi cura di te se sei
ancora capace di guardarti. Non senti
questa gamba che si trascina,
queste costole che dopo la pelle
si sono mangiate anche le ossa?

E il silenzio di questa gioventù
a cui i padri hanno portato via
anche la voce, come agnello sacrificato
in nome di una fede senza Dio?
Lo sai se esiste ancora

questo vecchio con le piaghe
o una fame da lupo di una carezza?
Mi pare che Dio non sia uguale per tutti
se mi viene da dirti: da un attimo all’altro
potresti vedere le stelle e poi niente

più che il buio più buio.
Ma se non vuoi perdere
il giorno più bello, povera Italia,
tieni gli occhi aperti per tutto:
alla bocca piena di mosche, alle stampelle

e al volto con gli occhi a mandorla,
che non sono come una luce
che acceca da una vetrina,
ma a cui nemmeno tu puoi fare a meno.
Su, svegliati, prenditi cura di te.

Prenditi il tempo per salvarti la faccia,
per non essere come un bastone
nodoso che non è mai pronto
a inarcarsi nel sorriso e nel pianto.
……………………….