lunedì 17 agosto 2015

MARINA SANGIORGI RECENSISCE, SULLA RIVISTA CLANDESTINO, "IL SEME DEL GIORNO" DI ROSSELLA RENZI







 
MARINA SANGIORGI 
su 
Il seme del giorno” 
di Rossella Renzi


maggio 28, 2015 SU RIVISTA CLANDESTINO

La casa editrice L’arcolaio di Gianfranco Fabbri (Forlì) ha di recente pubblicato la seconda raccolta di poesie di Rossella Renzi Il seme del giorno. Nata nel 1977, la Renzi vive e insegna a Conselice (Ravenna); ha due figli. La poesia è davvero il seme, il nocciolo della realtà che c’è prima, che ci sarà dopo. Intorno a ogni poesia c’è una storia che il lettore, se vuole, può cercare di immaginare.

Abbiamo lottato un pomeriggio intero.
Ora tu dormi, io scrivo,
rimetto ordine al mio schianto d’organi
rendo un senso ai tuoi sogni scomposti.

Cosa pensi, cosa? Della voce di tua madre,
quando urla, prega, sussurra il tuo nome?
Cosa sente la tua piccola schiena
appoggiata alla mano che trema?

Asciughiamo la saliva sul viso,
gli occhi lucidi sul nostro cammino.

Questo testo può essere un esempio della “furiosa concretezza fisiologica” (definizione di Fabbri) che caratterizza l’autrice. Rossella e suo figlio hanno litigato, lo scontro dura un pomeriggio, poi si placano: il bambino dorme, lei scrive, appoggia la mano ancora tremante per il nervoso alla “piccola schiena”. Forse lei asciuga le lacrime di lui, forse è il figlio che asciuga quelle di sua madre. Il loro cammino comune continua.
Gianmario Villalta nella prefazione afferma che tema centrale del libro è la cura, degli altri e di sé.

Sorveglio da questo ramo troppo alto
che tutto proceda nel migliore dei modi
che non ci siano in agguato predatori
per il corpo, così lieve e ridente
che non si lasci prendere davvero
che la casa per voi sia calda e accogliente
che l’albero che mi ospita vi protegga per sempre
con la sua ombra, il suo silenzio verde.

L’autrice osserva la sua famiglia, i bambini, i figli, gli scolari: vuole proteggerli dai predatori, vuole che la casa sia un luogo sicuro, che si possa stare al riparo, all’ombra, sotto un grande albero che  custodisca come un padre, o un tempio. In un’altra poesia si rivolge a un gelso centenario dicendo: “A te vengo come ad un tempio”. La natura non è nemica per la Renzi: “sono state le mani di un bambino / il disegno di Dio / che gioca con la palla” a creare il mondo per noi.

Sei caduto per caso
e qui sei nato.
Raccontami ora
del sacro che abbraccia anche gli alberi
nati per disciplina
nati per il dovere della sete.
 Un seme è caduto ed è nato un albero. O forse si tratta di un bambino? Comunque il sacro abbraccia tutto, ed è una disciplina e un dovere curare e far crescere ciò che nasce, anche quando pare che avvenga per caso: perché, una volta nato, ogni essere ha sete di acqua e di vita.

giovedì 30 luglio 2015

ARNALDO EDERLE RECENSISCE L'ULTIMO LIBRO DI RENZO FAVARON, "BALADA INCIVIE, TARTUFI E ARLECHINI"











ARTICOLO TRATTO DAL QUOTIDIANO VERONESE L’ARENA, DI OGGI.
ARNALDO EDERLE RECENSISCE “BALADA INCIVIE…” DI RENZO FAVARON

Renzo Favaron ricompare in libreria con un suo nuovo libro intitolato Balada incivie, Tartufi e Arlechini (L'arcolaio, pagine 109, 12 euro) una raccolta che comprende, oltre ad una lunga diatriba che riguarda la sua vita e il suo lavoro, una serie di poesie lunghe che ricordano la struttura del poemetto, un genere poetico finora comparso raramente nelle sue composizioni. Favaron ha sempre preferito la lirica di misura tradizionale, cioè breve folgorante anche se talvolta questa misura si è presentata più complessa e spesso frammentata in strofe, fin dalla sua prima raccolta, cioè da Presenze e conparse del 1991. Mi sembra questo cambiamento di struttura una novità interessante perché affianca una tendenza abbastanza comune tra le scritture dei vari poeti italiani di questi ultimi anni.I temi infatti trattati in questo libro non sono propriamente i temi della lirica in senso stretto «Nino, forse pa'l'ultima òlta torno/ al me dialeto pà' sentire vive/ le robe morte tacà a la to boca/ -mi che cò sero i oci/ so simie a ti e no te strinzho pì,/ strinzho na facia de lagreme/ che no pianzhe», sono temi, come quello appena citato, che riguardano la vita del poeta e quella della sua terra, dei suoi concittadini, dei dolori e dei gravi e meno gravi problemi sentimentali o della dura esistenza che porta alle lacrime.E d'altra parte è lo stesso titolo del libro che indica palesemente questo progetto. «Se penso a la me storia, no penso/ in Talian, ma in diaeto». Ecco, anche in questi due versi un'altra affermazione chiara che riguarda le sue naturali tendenze linguistiche.E' questa una cosa che, in tanto tempo che lo seguo, ho sempre pensato e della quale sono quasi sicuro. Una sensazione che ho cominciato ad avvertire fin da Presenze e conparse, il primo libro che ho letto con molto interesse e che ho recensito con grande piacere lusingandomi di aver trovato un poeta vero e capace di impersonare la poesia veneta nel più alto dei modi: «No' gero de pì de de 'na gaìna./ Anzhi, me saria piazhesto essere/ on papavaro, rosso in mazho al fromenton/ zhalo, cofà co gironzolavo/ in-te 'na strada bianca, arginae/ e a destra e a sinistra ghe gera el velo d'i salgari/ a far da angei custodi al me canae».E' vero che anche nelle traduzioni in lingua italiana le sue espressioni non fanno una piega, ma è anche vero che i suoni del dialetto infondono nella sua poesia una sonorità particolare, assai realistica, un po' dura come in tutti i dialetti, ma che colora i suoi versi di quella autenticità propria di queste lingue come raramente sa fare una lingua nazionale. Dunque ben venga il dialetto con il suo patrimonio naturale, spontaneo e pieno di colorature ora secche, ora dolci e piene di ricordi e di rintocchi antichi come quelli che sgorgano dai bei versi di Renzo Favaron.o
Arnaldo Ederle

lunedì 8 dicembre 2014

GIAMPAOLO DE PIETRO RECENSISCE CARMINE VITALE ("ALCUNE COSE" E "IL LEVIATANO DI MELVILLE")



DAL SITO L''ESTROVERSO - SETTEMBRE / DICEMBRE 2014 - 
ARTICOLO DI GIAMPAOLO DE PIETRO

Una poesia onesta richiede una lettura al vetrino, un’onestà da lettori pazienti e forse anche un tantino incoscienti di quell’importante lavoro che stanno, di volta in volta, compiendo, seguendo il proprio richiamo alla lettura – ad occhi limpidi, che fanno e compongono, attraverso le pagine, ogni verso fino all’amore per la parola che tutto congiunge e ricongiunge, fino a qualcosa che viene a formarsi, intorno e nella vita, per il suo stesso scioglimento, in progressione e rapporto agli infiniti passaggi tra paesaggi che ne costituiscono (e restituiscono, pure) strade, confini; pagine. Un libro di poesia, scriveva qualcuno: niente di più lontano dalla letteratura; niente di più confondibile, in taluni casi, con la vita stessa.

La vita mi è sembrata un panorama

che passava dietro i finestrini della macchina

(…)

Questo panorama tra i versi di Carmine Vitale, si trova nel suo libro Alcune cose (L’arcolaio 2010) – alcune cose che da subito possono cogliersi in questa scrittura che ha per “mezzo” la vita, e sì, il suo infinito frullio di realtà e sopravvivenza del sogno, la poesia che probabilmente potrebbe allora esserne il “fine” – ma è come scoprire che questa poesia, di questa vita, e degli interrogativi che la popolano e “confondono” – abbia ogni angolo di partecipazione e slancio – ogni sguardo esposto, necessariamente, in poesia – sia dello stare al mondo, sia dell’accorgersi di stare sognando ancora, e comunque, la vita nella vita.


Mi fa piacere non sapere che cos’è importante

né cosa volerà giù da un precipizio

se ci cadrà una sera profumata

o la tua morte e il mese di Settembre,

se nelle tue parole ci sia sale oppure solo sete,

se nel mio seme infranto o nelle vene

presagi della notte o della quiete.

So che mi fa piacere guardare un temporale

che cade a più non posso come un male,

che fa più male ancora di una strada non attraversata.

Ma mi fa piacere stare qui a guardare con aria scanzonata

ciò che finora siamo stati e il cielo che si apre sanguinante



Quello che possediamo è il titolo di questa poesia, che si trova in chiusura a Il leviatano di Melville e altre poesie, libro che Carmine Vitale pubblica nel 2012 nuovamente con L’arcolaio (l’editore va ringraziato dal lettore onesto). Il lavoro che passa per la sua lettura è grande: si tratta del ritrovamento dei resti di un enorme cetaceo, vissuto tra i dodici e i tredici milioni di anni fa. Forse la stessa “età della memoria” – memoria che Vitale ha, e la sua poesia cerca, scrivendolo, di portare in salvo e tenere, insieme a chissà quale necessaria speranza, a un fratello ricordo, e un futuro dentro le cose di adesso e di allora, forse – tutti presenti nella sua parola, nella vita di uno sguardo così interessato a “conservare”, riservare anche piccoli spazi a racconti che fanno ritratti lontani e vicini, raccolti e stupiti, tra un “testimone” e il sentire altrui, in questa abitazione comune che è la poesia, quando riesce ad essere anche questo: accoglienza, pluralità, storia che passa per le linee di una mano e si fa geografica mappa di un viaggio nel tempo, fino a un ritrovamento che poi è ancora domanda, ricerca, perdita, tramortimento e ricordare, atto d’amore inevitabile.


«Ricordare: dal latino re-cordis, ripassare dalle parti del cuore»





Nella maniera più fedele si dovrebbe ricordare che anche

gettando il cuore alle ortiche queste fioriscono,

non si avvelenano.

Nuotano,

diventano alghe.

Così come “al largo sul mare una primavera o un’estate si sentono

soltanto come un soffio di vento”,

tutto non ha età.

Davanti agli occhi passa una rana che attraversa la rugiada;

la guardi e puoi pensare: potrebbe essere il mio cuore che salta?

A fianco di queste e in corsivo piccolo piccolo si notano

altre parole: suggestione rassegnazione rammarico d’amore,

Come Martinson che nel ’31 urlava al carbone:

DIAMANTE INCOMPIUTO,



“nell’erba il vento cerca qualcosa di perduto”.



Ma le parole nei prati vivono e fioriscono.

Ecco cosa significa allora ricordare

una frase in epigrafe di Hrabal, presa in prestito dal

bigliettino della lavanderia a secco:

certe macchie non si possono togliere senza

alterare la sostanza del tessuto






E’ davvero un lavoro serio la scrittura di Carmine Vitale, perché si ha davvero il tatto di ciò che è stato vissuto in questa ricerca, e viene da dirlo che questa è una strada della poesia, necessaria, perché ha in animo non soltanto un immaginare la vita e cantarla, e neanche un’immedesimazione da descrizione fedele e impeccabile: come in alcune poesie dell’est, che vengono talvolta evocate dall’autore, che nomina i suoi amati maestri e “amici” di tanto (di penna, di vita, di letture, di altro ancora), questa scrittura ha tutti i sensi dell’essere al mondo, più il sesto e anche il settimo (quello che può raddoppiarsi, non perché si è bionici, ma perché ci si può avvalere del dono della memoria e del presente: il sentire) senso, il cammino dentro e fuori le radici.


Le difficoltà di un poeta



da un margine all’altro

per evitare un tradimento

c’è il dimenticarsi della memoria.

Inesauribile è solo l’albero che pianta e nutre

radici di acqua e vento.

Ci sono queste cose scomparse, senza seme:

una vita andata, la morte del basilico sul balcone;

la coda di una lucertola,

una parete ridipinta, una poesia in transito, e qualche

posto di confine per fortuna abbattuto.

Ma non tutto scompare.

È così blu il cielo sopra l’asfalto

che brilla lo zucchero filato nella pioggia.

La strada che porta in chiesa è tutta in discesa

all’entrata attende un’altra acqua:



una donna pallida e confusa

l’usuraio

il violinista pazzo

e, mano nella mano, un medico abortista e il farmacista.

Solo un cane, con tutti i suoi sogni, non può entrare.

È la legge, dice.

Con una bilancia pesiamo le parole

prima dei due punti:

progetti per la bellezza,

variazioni del cuore:

pressione delle galassie,

quei nomi vecchi con cui prima si chiamavano i ricordi

la prima volta.

L’elenco dei congiuntivi

la primavera

l’estate

- guardare in faccia il sole

E accorgersi che non tutto muore -