giovedì 11 ottobre 2012

ROBERTO CARACCI RIFLETTE SUL LIBRO DI MARINA MASSENZ. "LA BALLATA DELLE PAROLE VANE"






     La zattera danzante delle passioni
di Roberto Caracci



La ballata delle parole vane è la ballata delle parole che non restano. In particolare quelle dell’amore. Resta la ballata, sì, resta il canto, la danza, il ritmo della vita, che anche e soprattutto di amore è fatta. E del resto qui non si parla di amore, ma di amori. Di amore al plurale. Di passione in cui una donna può credere, ma nelle sue mille sfaccettature, tante quanti sono ad esempio gli uomini.
L’aleatorietà degli amori è proporzionale all’intensità della loro esperienza vissuta, della loro fatale contingenza, dove l’immersione senza difese e senza tutele minaccia quel dolore che solo la distanza -lo insegna l’esperienza- può esorcizzare, spiegare e poi prevenire. L’oscillazione vertiginosa è questa, tra l’abbandono dell’anima nuda, spensierata e vulnerabile, e il ricorso alla sicurezza di mura difensive, che non ci lascino più combattere aspre battaglie in campo aperto. Mura fragili, comunque, diafane e permeabili, più un proposito velleitario di vita che una certezza, più un ideale regolativo che una garanzia.
Ma c’è qualche altra cosa che, oltre alla distanza, garantisce le mille elaborazioni del lutto degli amori: l’ironia. E allora l’oscillazione diventa quella tra l’approccio sofferto, tragico, depressivo al fallimento amoroso e l’ironica distanza di chi può farne poesia, canto, ballata. L’ossimoro è tutto qui: la giocosità del canto unita alla coscienza della vanità di quanto nel canto viene raccontato. In fondo è la stessa poesia che libera nel canto, che raccoglie l’esperienza, e non potendole fornire un senso definito, compiuto, scioglie l’insensatezza del vissuto nel ritmo della ballata.
E Marina Massenz ha un raffinato gusto del ritmo, della prosodia e della cadenza, anche quando- con una sottilissima arguzia psicologica (nel testo intitolato proprio La ballata delle parole vane)- ironizza sulla propria vocazione poligamica (Sono una donna/dai molti mariti) ed elenca una sorta di bestiario maschile, una tipologia di uomini dallo spirito animale: il veloce uomo anguilla, che si gonfia e si sgonfia/in un batter d’occhio, l’uomo falco che cade in picchiata/ par che si schianti, l’uomo polpo con molte braccia/e poco cervello, l’uomo-murena, che predilige lo stare in agguato, l’uomo-cernia, che ammicca, suggerisce/scodinzola e poi sparisce. Un pluri-ritratto zoomorfico alla Saba, rovesciato dall punto di vista femminile, dove la satira è bonaria e insieme pungente. Voi capirete ora certamente/perchè così tanti ne debba avere.
La Massenz ci racconta dunque di amori accesi e svaporanti, di viaggi del cuore a due dove la meta non è sicura, e neanche la condizione del viaggio; dove il letto stesso diventa una zattera per probabili naufragi, o per maturare la consapevolezza che un solo letto per due è troppo piccolo.
Ci racconta di burrasche di coppia (Ti vorrei far nero, pesto di pugni/ per ridurti in poltiglia…), di minacce di donna insicura finite in risa (Vedrai i miei canini/ allungarsi in zanne…), di cene in solitudine dove si rimugina l’inutile rappresaglia (Stasera ho a cena/Orgoglio, Umiliazione e Rancore). E dunque di tante parole vane dette o pensate per giustificare in qualche modo gli assurdi labirinti delle esperienze sentimentali. Ma poiché, come si diceva, una giustificazione vera non c’è, resta la trasformazione di questi frammenti di esperienza, felice e dolorosa, in una danza centrifuga e centripeta, che è il ritmo di una ballata scanzonata, dove la saggezza si identifica con una sorta di elogio della follia del vivere.
Talvolta, come nella lirica Incontri unilaterali, ci si incrocia senza riconoscersi, uniti in questa spaesante unilateralità dell’anonimia, dell’alienazione reciproca, della reciproca ignoranza. Nelle vicissitudini e negli ondeggiamenti delle passioni di coppia, dove -come direbbe Catullo- non esistono leggi né patti, le stesse maree d’amore/sono ingannevoli per definizione- scrive la Massenz nella bella lirica Luna chimera -Senza dubbio mutevoli/ con pelliccia di volpe.
Si succedono nel volume piccoli spietati ritratti di uomini-amanti dalla mimica animale, quello dal volto grifagno che sopporta/le effusioni della donna al mattino, le sue fusa di gatto domestico (Grifagno); quello che abbracciando comprime in spire di boa, e finge di dormire osservando lei con occhio liquido e freddo (Stritolamenti); quello dagli occhi come animali che guizzano e poi scompaiono.
Poi, fra una configurazione zoologica e l’altra, le tregue dell’amore, della passione, ma anche del rimpianto, della supplica, della richiesta di spiegazione: (Spiegami amore, finchè/ancora posso chiamarti così…). E nella struggente Istantanee con flash, la voce lirica si paragona a una farfalla notturna, falena sbatacchiante nel buio, presa nella nebbia di Milano da una nera stanchezza. Spesso qui l’uomo figura come l’assente, o meglio come colui che si allontana. Resta nella donna una memoria del corpo che la fa vibrare come in un tango, che tambureggia il proprio ritmo nel cuore di lei lungo le vie della città (vedi la splendida poesia Tango). E così lei diventa una affannata spia delle tracce lasciate da lui seminate.

A balzi mi affaccio in sospetto
di imminente informazione, ma
nessun bisogno di ulteriore affetto,
garantita adeguata organizzazione.
(Come un affanno)


Dove ancora una volta l’oscillazione è tra lo sprofondamento nella passione che non dura e l’istanza di una distacco ironico, a autoironico, che la poesia -anche quella della parole vane- può garantire. La lapidaria chiusa di questa ultima lirica è tanto amara quanto intrisa di consapevolezza. E’ la consapevolezza della necessità di conservare l’unità dell’io, malgrado la molteplicità dei fuochi fatui delle passioni e di chi le accende. Del resto, non aveva detto la poetessa nella prima sezione del libro di essere pronta a raccogliere in un gran fascio la molteplicità dei colori della vita, delle contrade e degli stessi uomini con cui quei percorsi erano stati compiti? La poesia, come ballata, ha come compito proprio quello di ‘raccogliere‘ nel suo legein la caotica molteplicità dell’esperienza, e farne danza, ritmo.
E’ un ritmo a cui la Massenz ama lasciarsi andare, con un pizzico di virtuosismo musicale, timbrico e fonetico- rime interne, anafore, paronomasie- che regala al lettore una trasognata piacevolezza di lettura.

Nella terza sezione del libro, Le capriole del ‘noi siamo’, le lacerazioni delle prime parti paiono ritrovare una loro sutura, una riconciliazione. Intanto viene a galla la dolcezza del ricordo, che investe giorni e notti di amori veramente vissuti, pur nella loro transitorietà. (Ci siamo uniti molte volte nell’acqua… Mi resta un guizzo/lo ricordo nel corpo… Facevamo all’amore solo con le mani/ come ciglia vibratili…)

In questa ballata di parole vane e di esperienze che non lasciano tracce se non sotto forma di ritmo e ballata del vivere (e del verso), traluce ora una sorta di accettazione sapiente, controllata, del baccanale dell’esistenza.

Sedotta, consegnare e recedere;
abbandonata all’abisso in cadute
mozzafiato affronto il baccanale,
solida sbornia di specie carnale…


Ma tutto questo senza dimenticare quella striscia sottile d’ironia con cui è necessario affrontare le acrobazie dello stare in due.

Ma se deponi le lance e i moti dissuasivi
percorrere forse possiamo
quella striscia sottile d’ironia
le capriole del ‘
noi siamo‘.


Una proposta di tregua, forse, o di spontanea accettazione a due di un vissuto che ci vede tutti coinvolti in un pazzo sabba di sentimenti e insieme selvatica voglia di libertà. Dove l’uomo può anche sollevarsi da uno dei tanti letti della vita come un cacciatore che punti l’arma contro la sua preda, ma diritto della donna è poter sottrarsi a tutto questo, e fuggir via dall’ennesimo letto o dall’ennesimo fucile di uomo come un cervo che non si fa impallinare.

Ma quando invece ti sollevi cacciatore
e punti il cervo, il suo palco mal celato tra
le foglie, allora abbassa l’arma e lasciami
fuggire; guarda come corro, verdi balzi
in ogni direzione, elastici appoggi…
ho una mia grazia selvatica!
(Lisciami)


Nel meraviglioso viaggio ad ostacoli di un percorso di coppia, molto si gioca una donna. Ma bisogna a un certo punto anche sentirsi liberi da quelle stesse regole che hanno dato un ordine a quel gioco, a quel viaggio. Perché è già difficile dire a se stessi, nei vari bilanci della vita, io sono. Molto più complicato, evidentemente, è provare a vincere la difficile, ambiziosa scommessa, anche quella infiammata dall’amore, del noi siamo.
ROBERTO CARACCI

venerdì 14 settembre 2012


 


 
RECENSIONE DI FRANCESCO FILIA TRATTA
DAL BLOG NELL’OCCHIO DEL PAVONE

Ma c’è un tempo che non conosciamo
che non misuriamo mentre agisce
dentro e fuori di noi: la nascita
lo svela e la morte non lo cancella.
A. PORTA
Le poesie dell’ultimo, intenso, libro di Cristiano Poletti - Porta a ognuno, L’arcolaio, 2012 con prefazione di Sebastiano Aglieco - nascono da un profondo sentire, avvertire l’esistenza come dimensione creaturale, di chi dal nulla è stato gettato nel mondo, in qualcosa di non voluto, non cercato e si stupisce ancora che tutto ciò sia possibile (Fratelli restati /nella carne, gli occhi /volevano i fiori. /Ma una mano ha preso /voi e tagliato i fiori. /Fratelli restati desiderati, /mi suda la voce. /Finisco una lettera, spargo incenso, /perdono). Questa condizione, quest’incontro con il numinoso, si fa parola in versi sempre precisi, in equilibrio, tra intensità del dettato, a tratti duro e tagliente, e aperture discorsive tendenti a una dimensione rivelativa del verso finale che, quasi sempre, illumina di una luce retrospettiva l’intero testo, dandogli una dimensione veritativa mai scontata (La rosa in verità /è dei persi, un fiore dimenticato. //In che stanza, in che giorno /il mio, il tuo nome /si sono lasciati /cadere, dimenticare, /la sera che ansimi /la sera che io … /… che parli morendo.). La vita è percepita, nei versi di Porta a ognuno, come un evento non precostituito, ma che scopre se stessa volta per volta, in cui le tre estasi temporali e le tonalità emotive ad esse collegate, si illuminano vicendevolmente; l’attesa getta una luce nuova sui ricordi e i ricordi stessi spingono verso un futuro atteso o temuto di cui, però, non si conosce nulla (Il futuro dell’io che brucia / annuncia il freddo.), ma cha va esperito, come la vita che ci è stata data, nelle sue possibilità ultime. In questo contesto, la letteratura lungi dall’essere un rifugio dalla minaccia dell’esistenza, è un luogo, mai completo però, di intensificazione veritativa, attraverso la bellezza, dell’esistenza, anche se, nei versi di Poletti, non viene mai meno un’ironia amara sulla sua vocazione di poeta (Ho scritto poesie, / raramente belle.). Quasi che questa sordina fosse ciò che raffredda il materiale incandescente e magmatico della scrittura e della vita e solo attraverso questa sottile e mesta ironia l’incandescenza informe dell’essere può assumere una forma.
Le poesia di Poletti, dunque, oscilla tra l’angoscia di perdersi
e la speranza di ritrovarsi; oscilla tra il sentire, nella carne del tempo, che la vita e la storia sono un’unica disperata dispersione e la possibilità di riconquistarsi attraverso il sudore della voce, la fatica di dire il mestiere di vivere, nella dialettica senza mediazione del perdersi e ritrovarsi, di seguire un senso senza la certezza che questo ci possa salvare. Dove il ritrovarsi può manifestarsi, non tanto in un solipsismo autistico, ma soprattutto attraverso la condivisione con i fratelli di sangue, gettati nello stesso gorgo del vivere, o nel “tu” amoroso (Il “tu” che uso ancora /è rimedio contro di me.//Se sia amore questa cosa /io davvero non te lo dico.), che si può individuare in un volto, in un gesto o in un desiderio d’infinito (Non trovo differenza: /la chitarra bianca, le braccia /aperte. Gli angeli hanno solo ali buone. /Sanno volare dritto /al cuore del problema. /Ti chiedo soltanto le parole /davanti agli ultimi passi in giardino /per darmi il corpo interrotto /della poesia che sei stato. /Suona l’accordo giusto,ti prego, /quello che sapevi e saprai /fare nella stanza tutta gentile /dove tu gentile, ne sono certo, /sorriderai.). Il poeta, e l’uomo che il poeta è, deve attraversare il dolore sino al rischio di essere consunto, annientato; senza questo rischio, questa possibilità estrema non si dà autenticità dell’esistere (La carta vetrata dei ricordi/ scortica i palmi,/pregandomi un ritorno;chiedo/cosa hai fatto, dove sei/stato, nel tempo.) . E l’autenticità è data, mai però garantita una volta per tutte, dal decidere, dal dire sì oppure no, tertium non datur, dal corrispondere alla vita nel suo fondo misterioso ed essenziale, senza mediazioni concilianti che, invece, disperderebbero la nettezza, anche se spesso in ombra, e l’essenza drammatica dell’esistenza. Qui, a ben guardare, si ritrova l’esperienza del cristianesimo delle origini a cui Poletti, attraverso citazioni esplicite (Sia il vostro linguaggio: sì, sì; no, no; il superfluo procede dal maligno. MATTEO, 5, 37) e versi, (Tu intanto leggi /una preghiera. Io la rileggerò /fino a ferirmi /ma niente che sia /una via, un’uscita.) si richiama. Da questo profondo confronto con l’esperienza del primo cristianesimo, riletto alla luce della filosofia dell’esistenza novecentesca, l’esistenza dell’uomo è avvertita come temporalità e interiorità, in cui l’esistenza si muove in un flusso che va dal rammemorare all’attesa e viceversa - passando attraverso un presente che ha le stimmate dell’incompiutezza (Inchiodàti all’asfalto, a pancia in su, /non dimentichiamoci: domani sole, /danno ancora sole) – e quindi si distacca dalla dimensione ciclica della natura come eterna ripetizione. La natura, il mondo circostante, viene sì esperito, ma più che visto con l’occhio distaccato della grecità, è sentito con le sfumature dell’interiorità agostiniana (Salita, ricordo e spesso finivano / nella vertigine, gli sguardi fissi / sulla montagna. Loro sono / io e mio padre. Verso / la croce, sempre / tutta in salita l’estate.). Insomma, usciamo da noi stessi, se mai possiamo farlo veramente, per tornarci e riscoprirci, per rispondere a un appello sconosciuto che ci richiama a sé, nel profondo del nostro essere, per confessarci (Una crepa invece/ in mezzo alla notte:/ un uomo lasciato/ alla sua confessione./ Un taxi,/ecco; il vento,/tornare a se stessi./ Notte, succede/ la notte), per
sprofondare o innalzarsi nella dimensione dell’Eschaton, di ciò che è alla fine, del giudizio (già avvenuto?) che renda vero il nostro stare al mondo (Brucia al sole aperto dagli auspici, /fino alle posizioni del sangue, /la nostra attesa. Ci portiamo /dal meccanismo del rifugio/al labirinto dell’alfabeto.). E questa attesa, questo voler rinascere, riprendere, salvare l’esistenza dal continuo pericolo della dispersione, implica che la dimensione della temporalità, centrale in queste poesie, non sia tanto quella del Kronos (successione cronologica di eventi sempre uguali e uniformi) ma quella del Kairos, ossia dell’attimo, del momento opportuno (Sì, arrivano, non c’è tempo, /la piastrina smetterà /di ricucire il sangue. ). Insomma il tempo non può essere calcolato, ma avvertito nei polsi, nel sangue come destino, come grado zero di un sapere, di un conoscere che d’improvviso diventa qualcosa di diverso, matematica, vero ed enigmatico sapere, del destino (La scienza esatta/ dei giorni./ Chiedono mentre si svegliano/ tutti – lei no,/ non si chiede/ se essere tempo/ sia destino del destino./ O soltanto nel polso dell’età/ un grado inferiore del sangue/ era diverso, era già/ nella matematica delle stanze.). Il tempo è ciò che noi siamo, perché la vita vive il tempo transitivamente, perché essa è tempo. È sempre presso qualcosa - anche le piccole cose quotidiane che spesso emergono dai versi di questo libro – o qualcuno, verso la qualcosa o il quale direzionare la nostra esistenza rendendola non indifferente ma irripetibile (Fuori, nel cuore semplice dei campi, /il silenzio della domenica /tra materia e riti /e, in fondo, qualcosa, qualcuno … ). La vita, per scoprirsi autentica, deve essere sempre oltre se stessa, in un’attesa che la decentra in un oltre mai colmabile e che potrebbe giungere, come rivelazione o come minaccia, da un momento all’altro e il dramma si presenta perché, anche se si è vigili, questa corrispondenza al senso imprevedibile dell’esistenza potrebbe fallire (Ho camminato solo /in mezzo ai trent’anni; /sono ancora là, /ma l’angelo non mi trova - /precipitato come sono, /in fondo /in un grumo il sangue e più in là /la mia preghiera interrotta.). Comunque il non trovarsi deve rafforzare la veglia, perché la salvezza, ossia ciò che dona o ridona un senso all’esistere, può giungere, appunto, nel momento e nel modo più impensabili, può essere un sorriso, un soprassalto, un’ombra nella nebbia, un silenzio in un parcheggio di un ipermercato (Quando finalmente nel parcheggio /per decollare prendiamo fiato /e toccandoci le ali ci diciamo /andremo lontano /mi fa capire /che si respira male. Sì /e oltre l’affanno di due respiri /nessuna intenzione di riprovare /il volo. Così due colombe vanno via /in finta pace con la parola del Signore.). Questa dimensione dei testi di Poletti è confermata dal confronto con alcuni autori novecenteschi (Heidegger, Celine, Pavese citati in epigrafe ad alcuni testi) che, da prospettive e percorsi diversissimi, hanno messo al centro della loro attività filosofica o letteraria, spesso in maniera antitetica all’esperienza sopra richiamata, il senso dell’essere e dell’esistere umano, come qualcosa mai di scontato e, anzi, di estremamente problematico e mai risolvibile una volta e per sempre. E la dimensione di movimento incessante della vita, in un oltre da venire e mai colmabile dal nostro desiderio e dalle nostre aspettative, senza nessun punto saldo e garantito, nella silloge di Poletti è dato da due esperienze limite tra esse correlate: l’essere per la morte come esperienza limite, esplicitamente richiamato nel titolo dell’omonima poesia che cita una categoria cardine della filosofia heideggeriana, e il nulla, richiamato anche qui esplicitamente in una citazione pavesiana, e presente come sfondo più o meno evidente in moltissime poesie del libro. Anzi si può dire che la poesia di Poletti, attraverso il percorso personale che qui si è cercato di mettere in luce, si inserisce nell’orizzonte epocale entro cui si muove la parte più rilevante della poesia contemporanea: il confronto con il senso dell’esistenza umana all’interno del Tutto, o dei barlumi di questo Tutto, diventato un Nulla, che nella nostra epoca appare sempre più remoto. Ed il punto cruciale dell’esperienza umana è sempre il dolore (Un dolore si preannuncia /sottilmente, tratto per tratto /si fa strada, si apre a chi deve /raccoglierlo perché si renda fossile. /Mentre molti altri indifferenti /per strada giustamente /convinti di questa loro fede /comprano cose, sistemano il giorno, /consumano, continuano /a consumarsi nel loro sguardo /di storia futura, di vita, l’età /con tutte le mete dentro.), il senso che ad esso bisogna dare, se attraversandolo ci affiniamo o ci perdiamo definitivamente: è questo il passaggio inevitabile, la strettoia che ci metterà alla prova (Ecco la faccia, /quella del colpevole. /Si stringono le luci e la colpa. /La verità, niente interpretazioni /allora e ora nel quadro /posato sullo smarrito /viso di un altro /tempo.), ossia il momento, kairos, in cui si rivela il senso della nostra esistenza (Cosa vuol venire alla luce? /A ora incerta, a fondo /lavoravo e non capivo /quanta fatica per dire soltanto /una parola, essere salvati.): il cogliere, nella disperazione, il momento opportuno per rinascere nella morte, oltre la morte (Chi nella carne del mondo /prende il dolore e lo brucia.

giovedì 7 giugno 2012

DUE PRESENTAZIONI ARCOLAIO: CRISTIANO POLETTI A BERGAMO E PIERGIORGIO VITI A PORTO S. ELPIDIO

       PIERGIORGIO VITI                                                                     CRISTIANO POLETTI
       PORTO S. ELPIDIO                                                                              BERGAMO

      PIERGIORGIO   VITI                                                                 CRISTIANO POLETTI
        ACCORGIMENTI                                                                       PORTA A OGNUNO

        10 GIUGNO 2012                                                                              8 GIUGNO 2012
              ore 21,15
          

          VILLA MURRI                                                                           IL CAFFE' LETTERARIO
    POERTO SANT'ELPIDIO                                                       Via San Bernardino, 53 - BERGAMO

      modera il giornalista                                                                                   al pianoforte
  MASSIMILIANO VITI                                                                       PAOLO GUARNERI

Con la straordinaria partecipazione di
       PIERGIORGIO CINI
             voce recitante
                                                                    

martedì 17 aprile 2012

MANUEL COHEN, SULLA RIVISTA "PUNTO", PARLA DI "SUPERNOVA", DI FABIANO ALBORGHETTI

 

 

 

Fabiano AlborghettiSupernova, L’arcolaio, Forlì, 2011.

(Di Manuel Cohen)

 

Pubblicata sulla rivista IL PUNTO N. 2 / 12 – ALMANACCO DELLA POESIA ITALIANA

                                                          EDIZIONI PUNTOACAPO


 

Una piccola suite di dodici testi inaugura la collana ‘I nuovi gioielli’ diretta da Sebastiano Aglieco per L’arcolaio. A volte basta poco, piccoli libri, per accorgersi della autorevolezza: perché è certo, a prescindere da quello che potrà fare in seguito, che Fabiano Alborghetti possiede un limpido talento. Dopo aver indagato nodi sociali e questioni spinose quali immigrazione, clandestinità, violenza a vario grado, in L’opposta riva (2006) e Registro dei fragili (2009), l’autore licenzia un libro di ambientazione domestica, molto privata, come può esserlo l’insorgenza di una malattia in una persona cara e vicina. Supernova è una silloge di testi brevi, curati e prosciugati quasi, in strutture lapidarie di pochi versi, raccolti in strofe di terzine che si concludono con un verso singolo e caudato: e molto spesso sembrano ottave monche, o comunque strutture di attinenza lirica, registri nuovi per un autore altrimenti riconducibile a una dimensione di parola discorsiva, aperta agli inserti naturalistici e sensibile alla corda comunicativa e sociale. Qui la sensibilità è per il dettaglio emotivo, per gli scarti di pensiero e visione, la bravura sta nel condurre il lettore dentro l’esperienza del male e della degenza, lo fa con garbo, discrezione e con il pudore che si deve a chi ne è vittima: l’immagine di apertura resta fissata nella mente molto a lungo in chi vi si avventura, ed è proprio sull’organo sensoriale della vista che sembra fondarsi la percezione di un universo sensibile e la sua appercezione estetica: «Il panico esplode, irradia / ti ferma: congelata sei ferma / in ascolto della paura // gli occhi fissi come i cervi / di notte, colpiti dai fari. / L’immagine è chiara: // ma il cervo accecato non vede / aspetta qualcosa che non accade. / Ѐ cieco, interrotto // resiste alla fuga o aspetta il momento migliore.»: il male arriva per l’essere umano come la luce accecante arriva per l’animale: una analogia, che sottace la similitudine nel regno animale, e che si estende per traslato alla stessa luce: meccanica e artificiale dei fari dell’auto, e fisica e stellare, ovvero supernova, una esplosione luminosa energetica nell’atmosfera che costituisce lo stadio finale evolutivo delle stelle, e quando accade nella nostra galassia, la scia luminosa è visibile anche dalla terra. Supernova dunque è l’irrompere del male nel corpo ma al contempo rappresenta, apprendo su Wikipedia, l’unico meccanismo naturale conosciuto che dai gas produce gli elementi più pesanti del ferro. Non semplicemente rappresenta l’allegoria di uno stadio terminale, quanto, piuttosto, una allegoresi della vita, e più, del suo rinnovarsi e ricostituirsi in altra, nella consapevolezza del lampo di visione, e nell’esperienza. E poi ci sono gli occhi del cervo terrorizzato: nella storia della poesia non è inusuale l’osservazione del mondo animale per trarre insegnamenti da trasporre nella realtà umana, e in tempi più recenti penso a due poeti che hanno privilegiato tale pratica e che mi pare abbiano un qualche rapporto di contiguità culturale con Alborghetti: mi riferisco a Neri (la farfalla atropo e una natura inoffensiva) e a Pusterla (l’armadillo che caccia l’opossum: la natura ferina e offensiva). In entrambi l’osservazione e il mimetismo naturale sono indicizzazione eziologica della sfera comportamentale umana (antropica ed etnografica). Del terrore, dello spaesamento, degli stadi del male affrontati giorno per giorno, degli umanissimi anticorpi o reazioni, dei farmaci e delle terapie, ci informano i testi che si muovono tra ferialità e allusività di visione, tra concentrazione lessicale e chiarezza espositiva: «Mi sorprende certe sere la tua forza: / quando ridi soprattutto / o se non cerchi. Non più livida // o attenta ai movimenti / per non fare entrare il freddo.». Una parola nitida, marcata da un gusto di raffinata medietà, di controllo tonale e emozionale, una scrittura esatta e acuminata a cui bene si addice il motto di Hoffmanstahl: “la profondità sia nascosta in superficie”.

(Manuel Cohen)



 


 


 


 


 


 


 


 


 

 



martedì 10 aprile 2012

CLAUDIO PAGELLI, IL 14 APRILE P.V., A MILANO, PRESENTA IL SUO "PAPEZ"











Sabato 14, Ore 18.00, Libreria Marea,
Via Pastrengo 5/A (Milano, Quartiere Isola)

CLAUDIO PAGELLI presenta
Il suo ultimo libro
"Papez"

Casa editrice L’arcolaio, 2010