venerdì 14 settembre 2012


 


 
RECENSIONE DI FRANCESCO FILIA TRATTA
DAL BLOG NELL’OCCHIO DEL PAVONE

Ma c’è un tempo che non conosciamo
che non misuriamo mentre agisce
dentro e fuori di noi: la nascita
lo svela e la morte non lo cancella.
A. PORTA
Le poesie dell’ultimo, intenso, libro di Cristiano Poletti - Porta a ognuno, L’arcolaio, 2012 con prefazione di Sebastiano Aglieco - nascono da un profondo sentire, avvertire l’esistenza come dimensione creaturale, di chi dal nulla è stato gettato nel mondo, in qualcosa di non voluto, non cercato e si stupisce ancora che tutto ciò sia possibile (Fratelli restati /nella carne, gli occhi /volevano i fiori. /Ma una mano ha preso /voi e tagliato i fiori. /Fratelli restati desiderati, /mi suda la voce. /Finisco una lettera, spargo incenso, /perdono). Questa condizione, quest’incontro con il numinoso, si fa parola in versi sempre precisi, in equilibrio, tra intensità del dettato, a tratti duro e tagliente, e aperture discorsive tendenti a una dimensione rivelativa del verso finale che, quasi sempre, illumina di una luce retrospettiva l’intero testo, dandogli una dimensione veritativa mai scontata (La rosa in verità /è dei persi, un fiore dimenticato. //In che stanza, in che giorno /il mio, il tuo nome /si sono lasciati /cadere, dimenticare, /la sera che ansimi /la sera che io … /… che parli morendo.). La vita è percepita, nei versi di Porta a ognuno, come un evento non precostituito, ma che scopre se stessa volta per volta, in cui le tre estasi temporali e le tonalità emotive ad esse collegate, si illuminano vicendevolmente; l’attesa getta una luce nuova sui ricordi e i ricordi stessi spingono verso un futuro atteso o temuto di cui, però, non si conosce nulla (Il futuro dell’io che brucia / annuncia il freddo.), ma cha va esperito, come la vita che ci è stata data, nelle sue possibilità ultime. In questo contesto, la letteratura lungi dall’essere un rifugio dalla minaccia dell’esistenza, è un luogo, mai completo però, di intensificazione veritativa, attraverso la bellezza, dell’esistenza, anche se, nei versi di Poletti, non viene mai meno un’ironia amara sulla sua vocazione di poeta (Ho scritto poesie, / raramente belle.). Quasi che questa sordina fosse ciò che raffredda il materiale incandescente e magmatico della scrittura e della vita e solo attraverso questa sottile e mesta ironia l’incandescenza informe dell’essere può assumere una forma.
Le poesia di Poletti, dunque, oscilla tra l’angoscia di perdersi
e la speranza di ritrovarsi; oscilla tra il sentire, nella carne del tempo, che la vita e la storia sono un’unica disperata dispersione e la possibilità di riconquistarsi attraverso il sudore della voce, la fatica di dire il mestiere di vivere, nella dialettica senza mediazione del perdersi e ritrovarsi, di seguire un senso senza la certezza che questo ci possa salvare. Dove il ritrovarsi può manifestarsi, non tanto in un solipsismo autistico, ma soprattutto attraverso la condivisione con i fratelli di sangue, gettati nello stesso gorgo del vivere, o nel “tu” amoroso (Il “tu” che uso ancora /è rimedio contro di me.//Se sia amore questa cosa /io davvero non te lo dico.), che si può individuare in un volto, in un gesto o in un desiderio d’infinito (Non trovo differenza: /la chitarra bianca, le braccia /aperte. Gli angeli hanno solo ali buone. /Sanno volare dritto /al cuore del problema. /Ti chiedo soltanto le parole /davanti agli ultimi passi in giardino /per darmi il corpo interrotto /della poesia che sei stato. /Suona l’accordo giusto,ti prego, /quello che sapevi e saprai /fare nella stanza tutta gentile /dove tu gentile, ne sono certo, /sorriderai.). Il poeta, e l’uomo che il poeta è, deve attraversare il dolore sino al rischio di essere consunto, annientato; senza questo rischio, questa possibilità estrema non si dà autenticità dell’esistere (La carta vetrata dei ricordi/ scortica i palmi,/pregandomi un ritorno;chiedo/cosa hai fatto, dove sei/stato, nel tempo.) . E l’autenticità è data, mai però garantita una volta per tutte, dal decidere, dal dire sì oppure no, tertium non datur, dal corrispondere alla vita nel suo fondo misterioso ed essenziale, senza mediazioni concilianti che, invece, disperderebbero la nettezza, anche se spesso in ombra, e l’essenza drammatica dell’esistenza. Qui, a ben guardare, si ritrova l’esperienza del cristianesimo delle origini a cui Poletti, attraverso citazioni esplicite (Sia il vostro linguaggio: sì, sì; no, no; il superfluo procede dal maligno. MATTEO, 5, 37) e versi, (Tu intanto leggi /una preghiera. Io la rileggerò /fino a ferirmi /ma niente che sia /una via, un’uscita.) si richiama. Da questo profondo confronto con l’esperienza del primo cristianesimo, riletto alla luce della filosofia dell’esistenza novecentesca, l’esistenza dell’uomo è avvertita come temporalità e interiorità, in cui l’esistenza si muove in un flusso che va dal rammemorare all’attesa e viceversa - passando attraverso un presente che ha le stimmate dell’incompiutezza (Inchiodàti all’asfalto, a pancia in su, /non dimentichiamoci: domani sole, /danno ancora sole) – e quindi si distacca dalla dimensione ciclica della natura come eterna ripetizione. La natura, il mondo circostante, viene sì esperito, ma più che visto con l’occhio distaccato della grecità, è sentito con le sfumature dell’interiorità agostiniana (Salita, ricordo e spesso finivano / nella vertigine, gli sguardi fissi / sulla montagna. Loro sono / io e mio padre. Verso / la croce, sempre / tutta in salita l’estate.). Insomma, usciamo da noi stessi, se mai possiamo farlo veramente, per tornarci e riscoprirci, per rispondere a un appello sconosciuto che ci richiama a sé, nel profondo del nostro essere, per confessarci (Una crepa invece/ in mezzo alla notte:/ un uomo lasciato/ alla sua confessione./ Un taxi,/ecco; il vento,/tornare a se stessi./ Notte, succede/ la notte), per
sprofondare o innalzarsi nella dimensione dell’Eschaton, di ciò che è alla fine, del giudizio (già avvenuto?) che renda vero il nostro stare al mondo (Brucia al sole aperto dagli auspici, /fino alle posizioni del sangue, /la nostra attesa. Ci portiamo /dal meccanismo del rifugio/al labirinto dell’alfabeto.). E questa attesa, questo voler rinascere, riprendere, salvare l’esistenza dal continuo pericolo della dispersione, implica che la dimensione della temporalità, centrale in queste poesie, non sia tanto quella del Kronos (successione cronologica di eventi sempre uguali e uniformi) ma quella del Kairos, ossia dell’attimo, del momento opportuno (Sì, arrivano, non c’è tempo, /la piastrina smetterà /di ricucire il sangue. ). Insomma il tempo non può essere calcolato, ma avvertito nei polsi, nel sangue come destino, come grado zero di un sapere, di un conoscere che d’improvviso diventa qualcosa di diverso, matematica, vero ed enigmatico sapere, del destino (La scienza esatta/ dei giorni./ Chiedono mentre si svegliano/ tutti – lei no,/ non si chiede/ se essere tempo/ sia destino del destino./ O soltanto nel polso dell’età/ un grado inferiore del sangue/ era diverso, era già/ nella matematica delle stanze.). Il tempo è ciò che noi siamo, perché la vita vive il tempo transitivamente, perché essa è tempo. È sempre presso qualcosa - anche le piccole cose quotidiane che spesso emergono dai versi di questo libro – o qualcuno, verso la qualcosa o il quale direzionare la nostra esistenza rendendola non indifferente ma irripetibile (Fuori, nel cuore semplice dei campi, /il silenzio della domenica /tra materia e riti /e, in fondo, qualcosa, qualcuno … ). La vita, per scoprirsi autentica, deve essere sempre oltre se stessa, in un’attesa che la decentra in un oltre mai colmabile e che potrebbe giungere, come rivelazione o come minaccia, da un momento all’altro e il dramma si presenta perché, anche se si è vigili, questa corrispondenza al senso imprevedibile dell’esistenza potrebbe fallire (Ho camminato solo /in mezzo ai trent’anni; /sono ancora là, /ma l’angelo non mi trova - /precipitato come sono, /in fondo /in un grumo il sangue e più in là /la mia preghiera interrotta.). Comunque il non trovarsi deve rafforzare la veglia, perché la salvezza, ossia ciò che dona o ridona un senso all’esistere, può giungere, appunto, nel momento e nel modo più impensabili, può essere un sorriso, un soprassalto, un’ombra nella nebbia, un silenzio in un parcheggio di un ipermercato (Quando finalmente nel parcheggio /per decollare prendiamo fiato /e toccandoci le ali ci diciamo /andremo lontano /mi fa capire /che si respira male. Sì /e oltre l’affanno di due respiri /nessuna intenzione di riprovare /il volo. Così due colombe vanno via /in finta pace con la parola del Signore.). Questa dimensione dei testi di Poletti è confermata dal confronto con alcuni autori novecenteschi (Heidegger, Celine, Pavese citati in epigrafe ad alcuni testi) che, da prospettive e percorsi diversissimi, hanno messo al centro della loro attività filosofica o letteraria, spesso in maniera antitetica all’esperienza sopra richiamata, il senso dell’essere e dell’esistere umano, come qualcosa mai di scontato e, anzi, di estremamente problematico e mai risolvibile una volta e per sempre. E la dimensione di movimento incessante della vita, in un oltre da venire e mai colmabile dal nostro desiderio e dalle nostre aspettative, senza nessun punto saldo e garantito, nella silloge di Poletti è dato da due esperienze limite tra esse correlate: l’essere per la morte come esperienza limite, esplicitamente richiamato nel titolo dell’omonima poesia che cita una categoria cardine della filosofia heideggeriana, e il nulla, richiamato anche qui esplicitamente in una citazione pavesiana, e presente come sfondo più o meno evidente in moltissime poesie del libro. Anzi si può dire che la poesia di Poletti, attraverso il percorso personale che qui si è cercato di mettere in luce, si inserisce nell’orizzonte epocale entro cui si muove la parte più rilevante della poesia contemporanea: il confronto con il senso dell’esistenza umana all’interno del Tutto, o dei barlumi di questo Tutto, diventato un Nulla, che nella nostra epoca appare sempre più remoto. Ed il punto cruciale dell’esperienza umana è sempre il dolore (Un dolore si preannuncia /sottilmente, tratto per tratto /si fa strada, si apre a chi deve /raccoglierlo perché si renda fossile. /Mentre molti altri indifferenti /per strada giustamente /convinti di questa loro fede /comprano cose, sistemano il giorno, /consumano, continuano /a consumarsi nel loro sguardo /di storia futura, di vita, l’età /con tutte le mete dentro.), il senso che ad esso bisogna dare, se attraversandolo ci affiniamo o ci perdiamo definitivamente: è questo il passaggio inevitabile, la strettoia che ci metterà alla prova (Ecco la faccia, /quella del colpevole. /Si stringono le luci e la colpa. /La verità, niente interpretazioni /allora e ora nel quadro /posato sullo smarrito /viso di un altro /tempo.), ossia il momento, kairos, in cui si rivela il senso della nostra esistenza (Cosa vuol venire alla luce? /A ora incerta, a fondo /lavoravo e non capivo /quanta fatica per dire soltanto /una parola, essere salvati.): il cogliere, nella disperazione, il momento opportuno per rinascere nella morte, oltre la morte (Chi nella carne del mondo /prende il dolore e lo brucia.

giovedì 7 giugno 2012

DUE PRESENTAZIONI ARCOLAIO: CRISTIANO POLETTI A BERGAMO E PIERGIORGIO VITI A PORTO S. ELPIDIO

       PIERGIORGIO VITI                                                                     CRISTIANO POLETTI
       PORTO S. ELPIDIO                                                                              BERGAMO

      PIERGIORGIO   VITI                                                                 CRISTIANO POLETTI
        ACCORGIMENTI                                                                       PORTA A OGNUNO

        10 GIUGNO 2012                                                                              8 GIUGNO 2012
              ore 21,15
          

          VILLA MURRI                                                                           IL CAFFE' LETTERARIO
    POERTO SANT'ELPIDIO                                                       Via San Bernardino, 53 - BERGAMO

      modera il giornalista                                                                                   al pianoforte
  MASSIMILIANO VITI                                                                       PAOLO GUARNERI

Con la straordinaria partecipazione di
       PIERGIORGIO CINI
             voce recitante
                                                                    

martedì 17 aprile 2012

MANUEL COHEN, SULLA RIVISTA "PUNTO", PARLA DI "SUPERNOVA", DI FABIANO ALBORGHETTI

 

 

 

Fabiano AlborghettiSupernova, L’arcolaio, Forlì, 2011.

(Di Manuel Cohen)

 

Pubblicata sulla rivista IL PUNTO N. 2 / 12 – ALMANACCO DELLA POESIA ITALIANA

                                                          EDIZIONI PUNTOACAPO


 

Una piccola suite di dodici testi inaugura la collana ‘I nuovi gioielli’ diretta da Sebastiano Aglieco per L’arcolaio. A volte basta poco, piccoli libri, per accorgersi della autorevolezza: perché è certo, a prescindere da quello che potrà fare in seguito, che Fabiano Alborghetti possiede un limpido talento. Dopo aver indagato nodi sociali e questioni spinose quali immigrazione, clandestinità, violenza a vario grado, in L’opposta riva (2006) e Registro dei fragili (2009), l’autore licenzia un libro di ambientazione domestica, molto privata, come può esserlo l’insorgenza di una malattia in una persona cara e vicina. Supernova è una silloge di testi brevi, curati e prosciugati quasi, in strutture lapidarie di pochi versi, raccolti in strofe di terzine che si concludono con un verso singolo e caudato: e molto spesso sembrano ottave monche, o comunque strutture di attinenza lirica, registri nuovi per un autore altrimenti riconducibile a una dimensione di parola discorsiva, aperta agli inserti naturalistici e sensibile alla corda comunicativa e sociale. Qui la sensibilità è per il dettaglio emotivo, per gli scarti di pensiero e visione, la bravura sta nel condurre il lettore dentro l’esperienza del male e della degenza, lo fa con garbo, discrezione e con il pudore che si deve a chi ne è vittima: l’immagine di apertura resta fissata nella mente molto a lungo in chi vi si avventura, ed è proprio sull’organo sensoriale della vista che sembra fondarsi la percezione di un universo sensibile e la sua appercezione estetica: «Il panico esplode, irradia / ti ferma: congelata sei ferma / in ascolto della paura // gli occhi fissi come i cervi / di notte, colpiti dai fari. / L’immagine è chiara: // ma il cervo accecato non vede / aspetta qualcosa che non accade. / Ѐ cieco, interrotto // resiste alla fuga o aspetta il momento migliore.»: il male arriva per l’essere umano come la luce accecante arriva per l’animale: una analogia, che sottace la similitudine nel regno animale, e che si estende per traslato alla stessa luce: meccanica e artificiale dei fari dell’auto, e fisica e stellare, ovvero supernova, una esplosione luminosa energetica nell’atmosfera che costituisce lo stadio finale evolutivo delle stelle, e quando accade nella nostra galassia, la scia luminosa è visibile anche dalla terra. Supernova dunque è l’irrompere del male nel corpo ma al contempo rappresenta, apprendo su Wikipedia, l’unico meccanismo naturale conosciuto che dai gas produce gli elementi più pesanti del ferro. Non semplicemente rappresenta l’allegoria di uno stadio terminale, quanto, piuttosto, una allegoresi della vita, e più, del suo rinnovarsi e ricostituirsi in altra, nella consapevolezza del lampo di visione, e nell’esperienza. E poi ci sono gli occhi del cervo terrorizzato: nella storia della poesia non è inusuale l’osservazione del mondo animale per trarre insegnamenti da trasporre nella realtà umana, e in tempi più recenti penso a due poeti che hanno privilegiato tale pratica e che mi pare abbiano un qualche rapporto di contiguità culturale con Alborghetti: mi riferisco a Neri (la farfalla atropo e una natura inoffensiva) e a Pusterla (l’armadillo che caccia l’opossum: la natura ferina e offensiva). In entrambi l’osservazione e il mimetismo naturale sono indicizzazione eziologica della sfera comportamentale umana (antropica ed etnografica). Del terrore, dello spaesamento, degli stadi del male affrontati giorno per giorno, degli umanissimi anticorpi o reazioni, dei farmaci e delle terapie, ci informano i testi che si muovono tra ferialità e allusività di visione, tra concentrazione lessicale e chiarezza espositiva: «Mi sorprende certe sere la tua forza: / quando ridi soprattutto / o se non cerchi. Non più livida // o attenta ai movimenti / per non fare entrare il freddo.». Una parola nitida, marcata da un gusto di raffinata medietà, di controllo tonale e emozionale, una scrittura esatta e acuminata a cui bene si addice il motto di Hoffmanstahl: “la profondità sia nascosta in superficie”.

(Manuel Cohen)



 


 


 


 


 


 


 


 


 

 



martedì 10 aprile 2012

CLAUDIO PAGELLI, IL 14 APRILE P.V., A MILANO, PRESENTA IL SUO "PAPEZ"











Sabato 14, Ore 18.00, Libreria Marea,
Via Pastrengo 5/A (Milano, Quartiere Isola)

CLAUDIO PAGELLI presenta
Il suo ultimo libro
"Papez"

Casa editrice L’arcolaio, 2010

venerdì 30 marzo 2012

FRANCO CASADEI RIFLETTE SULL'ULTIMO LIBRO DI NARDA FATTORI "LE PAROLE AGRE"















LE PAROLE AGRE DI NARDA FATTORI

RECENSIONE DI FRANCO CASADEI

Ogni volta che mi accosto ad un libro di poesie mi succede come quando incontro una persona sconosciuta e con la quale, per motivi contingenti, mi devo relazionare. In entrambi i casi lascio che sia il libro (o la persona) a parlare di sé.
Io ascolto (o leggo), spesso rileggo, sottolineo alcune parole che mi colpiscono, uso l’evidenziatore, insomma faccio come i sommozzatori che cercano di riportare a galla ogni reperto utile a capire e a decifrare “il sommerso”.

“Perché?” Mi si potrebbe domandare, aggiungendo forse “non ti può bastare l’uso delle parole che fa l’autore, per poter poi dare un giudizio sul lavoro?“ ed ancora: “perché sforzarsi di capire il sommerso, quando è sufficiente ciò che viene a galla per farci dire se il carico aveva importanza?”

Certamente l’apparenza, la presentazione, l’impatto emotivo sul lettore, hanno importanza, ma io sono convinto che in poesia sia più difficile che in prosa barare con il lettore. O un autore possiede un suo spessore “etico”, oppure è solamente un giocoliere con le parole, bravo, magari eccellente, ma sono del parere che per chi legge sia necessario poter affondare le labbra in una ciotola piena di un gusto al quale il suo palato si senta affine, altrimenti potranno anche raccontarci che ostriche e caviale sono il meglio del godimento, ma per chi s’è formato il palato sopra un brasato giunto alla cottura a fuoco lento e magari innaffiato con un barolo un po’ invecchiato, non c’è ostrica che possa reggere il confronto.

Tutto questo preambolo cultural - gastronomico per avviare a parlare dell’ultimo libro di poesia di Narda Fattori intitolato “Le parole agre”.

Agro: lo Zanichelli ne fornisce queste definizioni:

di sapore pungente, acido;
sin. : acre, aspro;
fig. : severo, aspro, malagevole, difficile da sopportare.


Forse tutte e tre le definizioni possono calzare accanto al sostantivo “parole”, ma, dopo un paio di letture del testo, vorrei dire che “parole difficili da sopportare” potrebbe andare meglio, e, forse, interpretare meglio le intenzioni dell’autrice.

Anche Narda, come Bianciardi, autore del romanzo cult degli anni ’60, (sfortunatamente messo un poco da parte dalla contemporaneità letteraria) “La vita agra”, è scrittrice a disagio nella società in cui vive, e lo dice a pagina 28,

“confesso che non so nuotare”

e non solo questi versi questo disagio è detto, ma nella stessa poesia ella aggiunge

“ho brancicato / …”

lasciandoci chiaramente intendere ciò che noi sappiamo attorno a questo verbo, cioè l’atto di ricreare un interruttore o una candela con la mano, quando ci troviamo al buio, ma a questo punto fa seguito una tristissima terna di versi:



“… / e non ho visto il faro
non ho voluto vederlo
non ho voluto vedere

come tanti distratta
ora sul fondo e senza branchie”

La persona che mi parla “è sul fondo” e non può respirare, ecco la mia impressione al contatto di questo vissuto e non posso restare indifferente di fronte a quel messaggio in bottiglia che rappresenta sempre una poesia.

Ma c’è molto pudore nel concedersi a chi legge in Narda. Lei non esibisce il suo dolore, la sua incapacità di adattarsi alle consuetudini, e tutto il libro è intarsiato con versi che testimoniano l’amore per il mondo e per gli uomini, il bisogno umano di condivisione spesso oltraggiato dalla società, come scrive a pagina 42, indirizzandosi alla nipote Isotta;

“se non hai passioni e sogni grandi
resti all’anagrafe solo un rigo nero”

È una persona ricca di un dolore molto spesso inconfessato, oppure detto con tanta riservatezza da non apparire quasi, e credo che la poesia che meglio di ogni altra testimoni questo dolore sempre presente e spesso soffocato sia a pag. 38 e vorrei riportarla per intero:

“Fra gli spifferi del vento
novembre mi scava una voragine
nel palmo vuoto della mano
che ieri ti tenne per amore
e oggi giace senza fiato
lungo un fianco.

O quanto fosti sangue
per la mia carne e sui miei passi
ombra e cielo e sole e erba

Tu che hai riempito il tempo
di esultanza che ora latita
e neppure piange.

Tu bellezza sola fragranza.
E ciclicamente torna novembre
nel palmo delle mani solo freddo.

M’accuccio fra la nebbia dei dossi
ma il resto duole
e la scienza non sa non comprende.

Cartesio si dichiara assente.

La sobrietà espressiva è massima, nessuna concessione al bisogno di dire, alla ricerca di finto sentimento. Tutto è amaramente disegnato in quel verso finale che vuole rappresentare l’assoluta mancanza di razionalità nel dolore.
Non mi è possibile passare attraverso i versi di Narda facendo finta di non aver letto tra le righe quel bisogno disperato di credere in un disegno soprannaturale sulla nostra vita, ma nascosta all’autrice, e cito:

a pagina 35

e l’anima si flette e si spezza
canna di fiume neppure buona
a fare con le foglie barchette
che alla deriva vanno
se la sorte fornisse un approdo
una pozza d’acqua ferma uno spicchio di cielo


a pagina 40

la maestra via
che porta verso un altrove
che non ho mai trovato

a pagina 43

Me ne andrò dunque sola all’oscuro
ma non avrò paura non mi stupirò
se nessun luogo è in attesa

ma particolarmente nel finale della poesia a pagina 50, questo senso di delusione per l’attesa mancata è evidente.

La seconda sezione – Frammenti di anatomia – è come un colpo di pugnale. La poetessa, la donna, descrive la donna, le donne, nelle più svariate sfaccettature: la sconnessa, la mentitrice, la scampata reclusa, la predatrice, la svergognata, l’indignata, l’assassina, la non perdonata, la bestemmiatrice, l’assalitrice, la disperata, la ladra, l’ammalata, la precaria, la liberata e altro ancora. Ogni donna potrebbe sentirsi espressa in una o più di queste raffigurazioni femminili, in un crescendo di fatica, di prova, di emarginazione (“le cime di roccia / dicono del mio canto di pettirosso / smarrito sui rovi di un cortile senza nome”; “La non perdonata…tornò a peccare a essere umana / dolente e innamorata / … va a tentoni / molto somiglia a una Maddalena”; “io sono precaria e destabilizzata / …nessuno e nessun luogo mi attende”; “io sono un nido alle prese con la bufera / attaccata con sputo e fango alla tegola”). Donne raccontate nella loro storia di dolore e di pena, con uno sguardo partecipe, non distaccato, quasi che la poetessa sentisse nella propria carne la stessa condizione, quasi a volerla condividere. Di più. Fino ad essere lei stessa la protagonista di quella umanità addolorata.

Si deve giungere all’ultima lirica per arrivare a riconoscersi tutta la dignità e la grandezza della propria statura umana di donna, con alcuni versi di una fattura e di un respiro straordinari (“sono una donna di poco pregio /… eppure il mio meraviglioso stare s’alza / sopra il gracidare delle rane annidate nel pantano / Donna di poco pregio che gli incanti legge / e tutte le miserabilia sull’omero sorregge”).

Un libro non facile, per momenti di silenzio in cui mettersi a nudo davanti alle parole e al loro significato, per pensare alla propria condizione umana e alla nostra posizione di fronte al destino. Un linguaggio scarno, colto e popolare al tempo stesso, adeguato al contenuto che scava la vita e il suo percorso.

Franco Casadei

domenica 25 marzo 2012








PRO LOCO DECIMANA
Con il Patrocinio del
Comune di Ravenna – Assessorato Decentramento


GIOVEDÌ 29 MARZO 2012 – ORE 20,45
SALA COMUNALE VIA PISTOCCHI 41/A
SAN PIETRO IN VINCOLI (RA
)



NEVIO SPADONI



RAPPRESENTERÀ
IL SUO ULTIMO LAVORO TEATRALE

FIAT LUX!
E’ FAT DLA CREAZION

(CASA EDITRICE L’ARCOLAIO)

Introduzione del Dott. Franco Gabici

Coadiuverà nella lettura del testo il giovane attore esordiente
Andrea Bartoletti

venerdì 16 marzo 2012

UN NUOVO AUTORE ENTRA A FAR PARTE DEL CATALOGO ARCOLAIO. E' CRISTIANO POLETTI CON IL SUO "PORTA A OGNUNO"

















Un nuovo autore è approdato in Casa Arcolaio. Si tratta di Cristiano Poletti, poeta già affermato nell’ambiente letterario. Nativo di Treviglio, classe 1976, ha alle sue spalle due pubblicazioni di rilievo: “Mari diversi”, Book editore, 2004, e “Non Nome”, Piero Manni, San Cesario di Lecce, 2007. Cristiano, che esordisce da noi con l'ottimo "Porta a ognuno" presentato da Sebastiano Aglieco, applica alla sua poetica un dettato rigoroso, entro il quale tende a sottrarre il superfluo. Da buon lombardo, non disdegna l’uso di termini asciutti, densi di una morfologia non ruffiana. Non ama zuccherare la sua poetica e rende icastiche le cifre esistenziali dell’avventura umana. Le sue dinamiche vanno dall’auscultazione endogena alla curiosità centrifuga sui luoghi, sul tempo e sulle metamorfosi dell'individuo visto nella sua storia. Velata è la malinconia dei fatti; i quadri relativi alla formazione impreziosiscono questa raccolta generosa e timida di sé (riservata).


Il nostro nuovo poeta trova con questa sua ultima fatica l'esito maturo e consapevole di una ricerca fruttuosa e felice.



(Gianfranco).





Alcune poesie tratte da “Porta a ognuno”



(Finita l’aria estiva) (dalla sezione: I posti al riparo)




Fotografia: un uomo solo,
sulla mano l’attimo di un saluto -
il gesto semplice che tace
la corsa al limite del grido -.
Dire di quel suo
fiato perduto nel vento del giorno
non è possibile. Soltanto,
nella notte dietro di lui
l’istinto del coro
si riconosce, la bandiera
al bordo del cielo comune,
spalancata come una bocca,
grida: vittoria!



**

(Al parcheggio del Castorama)



Presto diventerà il Self, mi dicono.
Io non lo trovo il posto, al buio.
Dell’insegna sotto cellofan non sapevo.

Avanti e indietro, niente.
Poi, l’abito della sua voce,
l’annuncio
fino alla febbre e trovarlo
in torace e mani.

Quando finalmente nel parcheggio
per decollare prendiamo fiato
e toccandoci le ali ci diciamo
andremo lontano
mi fa capire
che si respira male. Sì
e oltre l’affanno di due respiri
nessuna intenzione di riprovare
il volo. Così due colombe vanno via
in finta pace con la parola del Signore.



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(Dalla sezione “II Giudicati, lo siamo già stati“)


(Le frasi dell’inverno)



Non rivolte al pianto le frasi
venute con l’inverno.
Non la rugiada col verde
in una primavera battuta
dal vento.
Le frasi con l’inverno
non vengono a fior di pelle
ma chiuse intorno a un nome
si fermano alla lettera iniziale
senza aria di distrazione. L’inizio
che torna e ritorna e l’inizio
è un sorriso, sempre.
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Dalla sezione “III A memoria



A.F.




Non trovo differenza::
la chitarra bianca, le braccia
aperte. Gli angeli hanno solo ali buone.
sanno volare dritto
al cuore del problema.
Ti chiedo soltanto le parole
davanti agli ultimi passi in giardino
per darmi il corpo interrotto
della poesia che sei stato.
Suona l’accordo giusto, ti prego,
quello che sapevi e saprai
fare nella stanza tutta gentile
dove tu gentile, ne sono certo,
sorriderai.